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La lotta quotidiana contro il coronavirus
20 marzo 2020

Tutti gli Stati hanno fornito dati errati sul coronavirus. L’Italia, appena diventato primo Paese per numero di morti, non riesce più a contare i decessi e ad associarli al coronavirus. A Bergamo, Brescia muoiono talmente tante persone al giorno che non si fa in tempo a decretarne la causa. Il coronavirus è spesso un acceleratore di morte. Tanti hanno già diverse patologie ed il coronavirus fa sì che si acceleri il decesso.

Tutti ci siamo sbagliati. Wuhan sembrava un mondo lontano che non ci avrebbe mai toccato, così come la Sars, la Mers, la Zika, malattie tropicali che non sarebbero arrivate nel mondo occidentale. Ed invece non si capisce ancora come, il coronavirus è arrivato nelle nostre vite. Cambiandole per sempre. Ci ha insegnato ad apprezzare il presente, passare un tempo positivo nelle nostre case, staccarci dai social e aiutare chi amiamo a sorridere, a divertirci in casa senza troppe pretese, troppi amici. A bastarci.

Il mondo è cambiato, ogni giorno leggiamo il numero dei morti, dei contagiati, i posti in terapia intensiva che non bastano più. Aspettiamo misure più stringenti, di raggiungere quel picco che ci permetta di scendere e respirare. Sembra sempre che stia arrivando ed invece in un incubo orwelliano ogni giorno riceviamo un dato peggiore. 475 morti, 423 morti, sfilate di camion dell’esercito che portano le salme senza il saluto dei propri cari. Ad un altro cimitero, perché in quello di Bergamo i morti non ci stanno più.

É una prigione mentale. L’impossibilità di correre, fare sport, riunirsi con gli amici, viaggiare. Ma poi vedi le facce dei sanitari che rischiano la vita ogni giorno. Rischiano di morire quegli eroi, quegli infermieri, hanno paura di lasciare la propria famiglia che non vedono da settimane. Combattono il mostro invisibile assieme a chi li accompagna nelle ambulanze, i volontari, la protezione civile, tutti quegli eroi silenziosi che non cercano medaglie ma solo di salvare vite. E mentre noi ci affanniamo a cercare l’occupazione del nostro tempo, ci lamentiamo per i nostri piccoli disagi tra chi lavora e chi ha paura per il futuro, loro salvano vite.

L’economia è in picchiata, si avvicina una recessione, lo scenario fa paura e gli italiani diventano sempre più aggressivi: denunciano, hanno voglia di litigare rinchiusi in quella gabbia mentale di paura e sempre dispendiosi di consigli spesso non richiesti. Vogliono prendersela con il runner, con chi passeggia, con quello che non rispetta le regole. Ovviamente non le rispettano neanche loro, ma loro sì, loro hanno un buon motivo.

Chiederanno l’esercito e poi si lamenteranno che le regole saranno troppo stringenti e troveranno un altro colpevole a cui dare la colpa dei propri insuccessi. In tutto questo, se proprio dobbiamo trovare un colpevole è colui che ha ridotto i fondi alla sanità, chi ha tagliato sull’assunzione di medici e infermieri in uno dei Paesi del G7. Siamo riusciti a supplire, ci siamo adattati, ma ora dobbiamo combattere il coronavirus qui al Nord perché se andrà al Sud ci sarà una carneficina. Dobbiamo isolarlo come a Vo’ Euganeo, Casalpusterlengo, Codogno, quei comuni eroici che hanno sperimentato la quarantena per primi, la zona rossa radicale. Ma hanno capito le regole e le hanno rispettate e hanno riiniziato prima di noi a vivere senza fretta, senza rovinare tutto.

Servirà proprio questo: non rovinare tutto, non lasciarsi andare poi all’euforia della morte scampata, magari con imprudenze e fretta. Ci vorrà tempo a ricostruire, senza aggressività e sarà un’Italia diversa con meno soldi e meno turismo all’inizio, ma anche il Giappone si è risollevato dall’esplosione di Fukushima e quest’anno avrà le Olimpiadi. Il 2020 sarà un anno da ricordare probabilmente in negativo ma sarà la base per creare un 2021 in cui saremo pronti anche alle pandemie, sempre che gli Stati non decidano di risolvere i problemi economici realizzando una guerra. In quel caso i nostri sforzi, gli sforzi dei medici saranno vani.

Allora lasciamo stare la propaganda militarista, non serve l’esercito a portare pace in una Nazione civile. Bastiamo noi con i nostri sforzi, la nostra educazione, il nostro esempio ad insegnare agli altri cittadini cosa dobbiamo e non dobbiamo fare per regalare un futuro alla prossima generazione, quella dei bambini che verranno. Loro avranno vissuto da bambini questa pandemia, mentre noi eravamo abituati a giocare. Loro sono dovuti stare coi loro genitori mentre i nostri non avevano tempo o noi non lo avevamo per loro. E allora tutti uniti lottiamo per sconfiggere questo mostro, in Italia, in Europa, nel Mondo e non ripiombiamo nella paura delle frontiere chiuse ma riapriamoci al Mondo anche se lui nel momento di maggior buio non ci ha regalato la torcia per illuminarci.


ALESSANDRO DELFIORE

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