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arte
Raccolti 6500 euro per gli ospedali grazie all'opera di Lady Be
6 aprile 2020

La passione per l’arte al tempo del coronavirus diventa veicolo per aiutare gli ospedali ad avere più fondi per le spese d’emergenza che stanno affrontando dallo scoppio della pandemia.


Lady Be è un’artista sensibile. Rileggendo alcune tra le risposte che ci aveva concesso nell’intervista esclusiva pubblicata su questo blog, trovo esemplificativo questo contributo dell’artista: “Ciò che dico sempre ai miei incontri soprattutto con i più piccoli, è che attraverso le mie opere non potrò certo salvare il mondo o gli oceani dall’inquinamento, ma sicuramente posso mandare un messaggio attraverso il mio piccolo contributo sensibilizzare le persone su questo importante tema. Come diceva Madre Teresa di Calcutta “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.”

L’asta online Charity Stars ha permesso di raccogliere ben 6500 euro destinati interamente a Croce Rossa Italiana, Ospedale Luigi Sacco di Milano, Ospedale Spallanzani di Roma e Policlinico San Matteo di Pavia, alcune tra le strutture più impegnate nell’emergenza Coronavirus.

Tra le opere vendute era presente “L’infermiera con l’orecchino di Perla”, opera di Lady Be, che fa parte di una serie realizzata dall’artista sulla tematica del Coronavirus assieme a “Corona Jesus” e “Uovo di Pasqua 2020”.


L’artista ha dichiarato subito dopo la vendita: "Sono molto felice e orgogliosa di poter dare un contributo alla mia arte, mediante la piattaforma Charity Stars, con la quale avevo già collaborato diverse volte e che è sempre in prima linea per cause benefiche e raccolte fondi. In questo caso, la raccolta fondi che hanno lanciato si chiama #VinciamoNoi, e l’obiettivo è quello di dare un aiuto concreto agli ospedali – il Sacco di Milano, lo Spallanzani di Roma e il policlinico San Matteo di Pavia – e alla Croce Rossa. “Con i soldi raccolti – si legge sul sito dell’asta – verrà finanziato l’acquisto di apparecchiature di ventilazione, saranno creati nuovi posti letto in terapia intensiva e subintensiva, e sarà garantita l’assistenza sanitaria”. La mia opera "Infermiera con l'orecchino di perla" 40 x 50 cm, è stata battuta a 6500 €. L'asta si è conclusa il 2 aprile 2020, e l'intero importo è già stato donati agli ospedali e alla Croce Rossa. Davvero un successo e una bellissima soddisfazione".

Lady Be annuncia che metterà altre opere all'asta per questa importante causa. Per il momento, sono disponibili per l'acquisto due sue opere presso la Casa d'Aste Cambi quotate tra i 3000 e i 7500 €, nell'ambito dell'asta "Out of the Ordinary".


Le opere in questo articolo (dall'alto verso il basso):
"Corona Jesus", 2020, oggetti e resina su tavola, 40 x 50 cm
"L'infermiera con l'orecchino di Perla", 2020, oggetti e resina su tavola, 40 x 50 cm
"Uovo di Pasqua 2020", 2020, oggetti e resina su tela, 40 x 50 cm

Intervista a Lady Be http://alessandrodelfiore.ilcannocchiale.it/2019/12/25/lady_be_dipingere_con_gli_ogge.html

Più informazioni su www.ladybeart.com

La lotta quotidiana contro il coronavirus
20 marzo 2020

Tutti gli Stati hanno fornito dati errati sul coronavirus. L’Italia, appena diventato primo Paese per numero di morti, non riesce più a contare i decessi e ad associarli al coronavirus. A Bergamo, Brescia muoiono talmente tante persone al giorno che non si fa in tempo a decretarne la causa. Il coronavirus è spesso un acceleratore di morte. Tanti hanno già diverse patologie ed il coronavirus fa sì che si acceleri il decesso.

Tutti ci siamo sbagliati. Wuhan sembrava un mondo lontano che non ci avrebbe mai toccato, così come la Sars, la Mers, la Zika, malattie tropicali che non sarebbero arrivate nel mondo occidentale. Ed invece non si capisce ancora come, il coronavirus è arrivato nelle nostre vite. Cambiandole per sempre. Ci ha insegnato ad apprezzare il presente, passare un tempo positivo nelle nostre case, staccarci dai social e aiutare chi amiamo a sorridere, a divertirci in casa senza troppe pretese, troppi amici. A bastarci.

Il mondo è cambiato, ogni giorno leggiamo il numero dei morti, dei contagiati, i posti in terapia intensiva che non bastano più. Aspettiamo misure più stringenti, di raggiungere quel picco che ci permetta di scendere e respirare. Sembra sempre che stia arrivando ed invece in un incubo orwelliano ogni giorno riceviamo un dato peggiore. 475 morti, 423 morti, sfilate di camion dell’esercito che portano le salme senza il saluto dei propri cari. Ad un altro cimitero, perché in quello di Bergamo i morti non ci stanno più.

É una prigione mentale. L’impossibilità di correre, fare sport, riunirsi con gli amici, viaggiare. Ma poi vedi le facce dei sanitari che rischiano la vita ogni giorno. Rischiano di morire quegli eroi, quegli infermieri, hanno paura di lasciare la propria famiglia che non vedono da settimane. Combattono il mostro invisibile assieme a chi li accompagna nelle ambulanze, i volontari, la protezione civile, tutti quegli eroi silenziosi che non cercano medaglie ma solo di salvare vite. E mentre noi ci affanniamo a cercare l’occupazione del nostro tempo, ci lamentiamo per i nostri piccoli disagi tra chi lavora e chi ha paura per il futuro, loro salvano vite.

L’economia è in picchiata, si avvicina una recessione, lo scenario fa paura e gli italiani diventano sempre più aggressivi: denunciano, hanno voglia di litigare rinchiusi in quella gabbia mentale di paura e sempre dispendiosi di consigli spesso non richiesti. Vogliono prendersela con il runner, con chi passeggia, con quello che non rispetta le regole. Ovviamente non le rispettano neanche loro, ma loro sì, loro hanno un buon motivo.

Chiederanno l’esercito e poi si lamenteranno che le regole saranno troppo stringenti e troveranno un altro colpevole a cui dare la colpa dei propri insuccessi. In tutto questo, se proprio dobbiamo trovare un colpevole è colui che ha ridotto i fondi alla sanità, chi ha tagliato sull’assunzione di medici e infermieri in uno dei Paesi del G7. Siamo riusciti a supplire, ci siamo adattati, ma ora dobbiamo combattere il coronavirus qui al Nord perché se andrà al Sud ci sarà una carneficina. Dobbiamo isolarlo come a Vo’ Euganeo, Casalpusterlengo, Codogno, quei comuni eroici che hanno sperimentato la quarantena per primi, la zona rossa radicale. Ma hanno capito le regole e le hanno rispettate e hanno riiniziato prima di noi a vivere senza fretta, senza rovinare tutto.

Servirà proprio questo: non rovinare tutto, non lasciarsi andare poi all’euforia della morte scampata, magari con imprudenze e fretta. Ci vorrà tempo a ricostruire, senza aggressività e sarà un’Italia diversa con meno soldi e meno turismo all’inizio, ma anche il Giappone si è risollevato dall’esplosione di Fukushima e quest’anno avrà le Olimpiadi. Il 2020 sarà un anno da ricordare probabilmente in negativo ma sarà la base per creare un 2021 in cui saremo pronti anche alle pandemie, sempre che gli Stati non decidano di risolvere i problemi economici realizzando una guerra. In quel caso i nostri sforzi, gli sforzi dei medici saranno vani.

Allora lasciamo stare la propaganda militarista, non serve l’esercito a portare pace in una Nazione civile. Bastiamo noi con i nostri sforzi, la nostra educazione, il nostro esempio ad insegnare agli altri cittadini cosa dobbiamo e non dobbiamo fare per regalare un futuro alla prossima generazione, quella dei bambini che verranno. Loro avranno vissuto da bambini questa pandemia, mentre noi eravamo abituati a giocare. Loro sono dovuti stare coi loro genitori mentre i nostri non avevano tempo o noi non lo avevamo per loro. E allora tutti uniti lottiamo per sconfiggere questo mostro, in Italia, in Europa, nel Mondo e non ripiombiamo nella paura delle frontiere chiuse ma riapriamoci al Mondo anche se lui nel momento di maggior buio non ci ha regalato la torcia per illuminarci.


ALESSANDRO DELFIORE

arte
Entrevista a Ana Benavente: conocerse para ser feliz
5 marzo 2020
Hoy entrevistamos a Ana Benavente, artista multidisciplar española que vive entre Valencia y Barcelona.
Es Artista Multidisciplinar, Guía Creativa y Coach Integral, trabaja en la autorrealización de las personas después de haber trabajado muchos años consigo misma.

D) Ana, cuéntanos como has empezado a trabajar con las personas y querer que realizasen sus proyectos personales.

A) Hola Alessandro! Creo que todo empezó cuando abrí mi primer Taller de Creatividad con la intención de que fuera algo más que hacer artes plásticas. Eché de menos en mi formación académica que me hicieran mejores preguntas para cuestionarme a mí misma y conocer mejor mis inquietudes intelectuales y expresivas. Tras años creyendo que la forma, lo de fuera, era lo importante, una gran desilusión hacia los cánones impuestos en la facultad de Bellas Artes y la sensación de no ver mi lugar en el mercado laboral, me hicieron cuestionarme por completo y empezar de nuevo buscando un verdadero propósito en mi vida. Tras sentirme más viva e implicada con el mundo que nunca, decidí enseñar aquello que a mí verdaderamente me había transformado la vida y que para mí tenía sentido. Primero somos personas y creo que la creatividad empieza ahí, en nuestros proyectos personales, lo que nos apasiona y nos ayuda a desarrollar todo nuestro potencial sin depender de alguien que te diga qué está bien o mal. Creo, profundamente, que cada persona puede elegir con consciencia lo que da significado a su vida y lo que no. Y ahí está la base para sentirse feliz, en asumir la plena responsabilidad de tu proyecto personal de vida. ¿En qué te ha hecho la vida maestra/o? Esta pregunta nos abre un campo de acción enorme y apasionante. De mucha contribución social positiva. Trabajando nuestro propósito entramos en un paradigma mental más generoso, responsable, amoroso y cooperativo.

D) La danza creativa. ¿Cómo se ha creado esta expresión de arte? Cuéntanos su uso terapéutico para ayudar los participantes.

A) La llamé así porque es el foco del trabajo, despertar el alma creativa y aventurera que cada persona lleva dentro. Es una fusión de ejercicios de meditación, visualización, teatro, expresión corporal, psicología arquetípica y coaching, cuya  estructura base son los cuatro elementos; fuego, agua, tierra y aire. Esta danza sirve para tomar conciencia de nosotras mismas y descubrir qué nos está faltando para estar en equilibrio o descubrir talentos dormidos o que ni siquiera sabíamos que teníamos. Es una danza intensa y reflexiva, que garantiza la sinceridad y autenticidad contigo mismo. Te vuelves más fiel a tus verdaderos deseos y te comprometes a cumplirlos. Llegamos a un lugar emocional desde donde el compromiso es más real y efectivo. La emoción es vital en el proceso de cambio y con esta danza se mueven muchas emociones profundas de una manera simple, es fácil. He construído lo que yo llamo un método sencillo para movernos en cuestiones difíciles de las que muchas veces huimos. Y esto potencia la autoestima porque cuando te comprometes contigo, te sientes capaz y si te sientes capaz, te sientes útil, sabes que sirves para algo valioso que la vida espera de ti y en consecuencia, cada día eres más proactiva en tu vida y te conviertes en una influencia social positiva. 

D) Las 3 C: ¿Cómo pueden ayudar a las personas a expresarse de forma mejor gracias a un mayor grado de conocimiento de sí mismas?

A) Las 3 C son Coraje, Coherencia y Compromiso. Hay que tener coraje para cambiar, coherencia para pensar, decir y hacer lo que sentimos y compromiso para vivir una vida auténtica. Cuanto más te conoces mejor puedes armonizar estas 3 C. Una etapa de coraje significa indagar en los deseos de tu corazón, en conocer dónde está el centro motor de tu vida, tu para qué ¿Para qué quieres vivir esta vida? ¿Qué te gustaría que contaran de ti el día de tu muerte? ¿Y qué estás dispuesto a hacer para lograrlo? ¿Qué recursos tienes ahora y qué vas a tener que aprender? Son preguntas que alguien que quiere vivir una vida alineada a su propósito se debe hacer. Y posteriormente, hacer un trabajo de coherencia, ser sincera y ver cuáles son las resistencias y obstáculos, las excusas, los bloqueos, los miedos que impiden tener una vida coherente. El compromiso es la realización de un plan de acción que nos ayude a planificar el camino de aprendizaje que nos llevará paso a paso hacia el logro de la vida deseada. Es un reto constante vivir la vida que una desea ¿Estás dispuesta a vivirlo? Ahora mismo pondría otra C: CONSTANCIA. La constancia hace milagros

D) Tus estudios de Bellas Artes. ¿Cómo te ayudan a desarrolar tus trabajos? ¿Cuál sector de las bellas artes te habría gustado desarrollar?

A) De mis estudios de Bellas Artes rescato mi capacidad para bajar a tierra lo que inventa mi imaginación y saber superar con facilidad los períodos de frustración. Cuando te enfrentas una y otra vez a la materialización de proyectos, sabes que la frustración forma parte del camino de búsqueda y que tiene un sentido. Estamos bajando a tierra, un elemento sólido, ideas que se generaron en el aire, así que es necesario pasar por un período de metamorfosis hasta que esas ideas encuentran su forma en otro plano, sin perder su significado. Bellas Artes me ayudó a tener una forma de pensar la vida y tener recursos para convertir ideas en realidades.

Me especialicé en grabado y estampación. Me hubiera gustado probar otras disciplinas como la animación, dedicar más tiempo al dibujo y la pintura, aunque hoy creo que eso no es lo más importante. Siento que el modelo educativo tiene que cambiar por completo para ser más efectivo. Me dedico a investigar otras formas de educar artísticamente pensando en las necesidades sociales. Todavía no tengo una idea clara de lo que sería mejor, pero sí tengo algunas respuestas que empiezan a funcionar. Y si tuviera que volver a hacer Bellas Artes, preferiría educarme en un concepto educativo más revolucionario e innovador que trascienda la idea académica y sea más proactivo socialmente. Llevo años creando proyectos que me ayuden a resolver esta cuestión: ¿Qué función tiene la artista en la sociedad? Y en ello estoy, quiero respuestas y mejores soluciones. Que el arte forme parte de la vida activa.

D) Mujer de Agua. ¿Cuéntanos esta expresión artística. ¿Cómo se ha originado y porqué el título “Mujer de Agua”?


Mujer de Agua es un espectáculo de artes escénicas y empoderamiento que habla del poder de las lágrimas para curar las heridas del alma. Es una mujer profundamente emocional que expresa múltiples emociones intensas, que muchas veces ocultamos, reprimimos o congelamos. Hablo del dolor, de la paz interior, de la tristeza, de la rabia, de cómo ser feliz. Creo que la emoción necesita ser escuchada y educada en positivo. El agua me recuerda a la limpieza que necesita un corazón herido para curarse. Son cuentos medicina, que sirven para conectar con lo esencial de tu vida, con tu corazón, con lo que de verdad es importante para ti, con tu propósito y tu verdadera fuerza para existir. El agua es poderosa para visibilizar cualquier talento olvidado en una caja bien escondida. El agua llega a todas partes si quiere y abre las puertas que necesitan ser abiertas. El agua es mágica. Por eso elegí este nombre.

D) Tus trabajos con los niños. ¿Te gusta trabajar con ellos? ¿Cuál ha sido tu mayor logro con ellos?

A) ¡Me encanta trabajar con niñas y niños! Siento que debo hacerlo, que tengo talento y sabiduría para descubrir caminos nuevos. Y eso sólo lo puedo lograr trabajando con ellos, con mucha paciencia para atrapar instantes que me indiquen dónde debo trabajar más a fondo. Me gusta la comunicación y uno de mis retos es conectar el mundo infantil con el mundo adulto. Ayudar a que los mayores escuchen mejor a los pequeños y que los pequeños y pequeñas, sepan comunicar mejor y expresar qué desean. Creo que el arte es un buen canal para ver, conocerse y expresar ideas. Mi logro es crear una fusión entre el liderazgo del coaching y la creación artística. En ello estoy, cada día mejorando un poco más. En mi aula se habla, se mueven, desarrollan sus ideas, piensan, investigan. Uno de los momentos más bonitos es que una niña me definiera así el taller ¡Esto es vida! Pues insisto mucho en que la técnica es secundario, lo primero es desarrollar algo que te apasione al ritmo de la persona y sus necesidades expresivas. La técnica tiene que llegar como una elección para mejorar lo que ya tienes y eres, respetando la esencia del trabajo personal. Quiero que cada una aprenda a elegir qué es mejor para sí misma, su desarrollo y su evolución.

D) La Mujer en 2020. ¿Cómo han cambiado las mujeres en los últimos años? ¿Cómo te gustarían que cambiasen para tener mayor libertad?

A) Bueno, creo que estamos muy abiertas a aprender cosas nuevas constantemente, que necesitamos ser nosotras mismas y creer en nuestro valor humano. Asistimos a toda clase de taller, curso o formación que nos ayude a confiar en nosotras y desplegar nuestro potencial. Hay una urgencia de poner límites,  decir  basta  a muchos abusos,, ser independientes en cualquier área de la vida. La mujer de 2020, es una mujer que tiene voz propia y un gran talento para inspirar y desarrollar una conciencia colectiva cooperativa, de paz, amor y  comprensión. Las mujeres antes y, todavía, ocupaban un lugar invisible y secundario. Callaban, abandonaban sus proyectos por cuidar a la familia, al marido o a sus mayores, eran dependientes económicamente, con muchas creencias limitantes sobre su destino. Eran y son, es un trabajo lento cambiar el rol de la mujer en una sociedad acomodada a ciertas expectativas. Hay miedos, bloqueos, mucha rabia y tristeza. Llevo un año realizando un Taller de Visión para mujeres y es hermoso poder compartir ese despertar con sororidad. Nos necesitamos más que nunca y hay muchas ganas de recuperar nuestra verdadera identidad femenina. La nuestra. La que nosotras queremos para nosotras. En los talleres se viven cosas que a veces no se pueden explicar, se sienten. Y cuando ves que otra mujer siente como tú, dejas de sentirte sola y actúas. Estamos aprendiendo a ser más activas, a sentir que nos merecemos una vida mejor y que estamos dispuestas a trabajar para alcanzar nuestra satisfacción personal y profesional.

El cambio está en querernos con locura y darnos todo lo que nos merecemos, porque nos lo merecemos. Nos merecemos una vida auténtica, satisfactoria y disfrutar de lo que somos con alegría, pasión y libertad.

D) Los hombres. ¿Cómo pueden entender mejor las mujeres y llevar un proyecto de familia o social comunicando de forma mejor con su pareja, amigas o madre de forma más efectiva?

Los hombres también necesitan viajar hacia dentro a conocerse mejor. Algunos ya lo hacen, pero a muchos les cuesta dedicar tiempo a sus emociones. Creo que un hombre que se ama y se hace responsable de sí mismo, puede empatizar mejor con una mujer y lograr un mejor entendimiento. Cada componente de una pareja o cualquier relación tiene un trabajo propio consigo y otros trabajos en equipo. Aprender a discernir cuáles son tareas mías y cuáles comparto es un arte que requiere ganas, paciencia y compromiso. A veces asumimos cargas que no nos corresponden y esto deteriora cualquier relación. Desde mi punto de vista, es importante poner límites y aprender a no ofenderse cuando tu pareja no desea vivir todas y cada una de tus miserias. Es un tema complejo, donde hablaría de la importancia de aprender a estar solo para ofrecer mejor calidad a la relación. Y aprender a escuchar en silencio, acompañar procesos sin interferir demasiado aconsejando al otro lo que debe hacer. No me gusta generalizar, si eres hombre y quieres escuchar mejor a tu madre, tu hija, tu jefa o tu amiga, te diría que dejes a un lado los juicios de valor y estés ahí presente para la otra persona porque la amas. Si tú intención es clara, verás resultados. Cuando quieres algo con todas tus ganas, haces lo necesario hasta sin saber hacerlo. Entonces pregúntate: Del 1 al 10 ¿Cuánto deseas escuchar con toda tu atención a la persona que tienes en frente? Y evalúa tu fuerza para que haya cambios reales. Asumir responsabilidad es clave para lograr escuchar con todo tu corazón a alguien que amas.

D) ¿Con quién te gustaría trabajar en el futuro? ¿Te gustaría trabajar también en Italia?

A) Me gustaría trabajar con proyectos pioneros en innovación educativa, arte y comunicación. Lograr crecer hasta tener un proyecto y un perfil profesional de referencia en estos tres temas.

Ya he hecho mi primer taller de Danza Creativa en Italia y sí, me gustaría poder trabajar más allí. Sería un placer, para mejorar mi italiano y disfrutar del país haciendo lo que más me gusta hacer. Me gusta mucho Italia, cada vez que voy más. 

Muchas gracias para tu entrevista y mucha suerte para tus proyectos y para ayudar las personas a conoscerse mejor consigo mismas.

ALESSANDRO DELFIORE


letteratura
Valentina Azzarone: il libraio è il mestiere più bello del mondo
29 dicembre 2019

Valentina Azzarone ci racconta la sua Milano tra Inter, Naviglio Martesana, gentilezza, impegno politico e sociale

Oggi per il nostro blog intervistiamo Valentina Azzarone, libraia della Libreria Feltrinelli in Corso Buenos Aires a Milano. Milanese, Consigliere Circoscrizionale al Municipio 2, fa dell’impegno civile, sociale e politico una missione per rendere la città più accogliente ed attenta alle esigenze di tutti.
Le abbiamo fatto alcune domande per i lettori del nostro blog:

D) Il mestiere di libraio. Ci racconti una tua giornata tipo?

V) Fare i librai è molto meno romantico di quanto si pensi! Dopo questa doverosa premessa posso affermare tranquillamente che è il mestiere più bello del mondo. Una giornata tipo si potrebbe riassumere così: sistemazione dei settori, rifornimento degli scaffali portando in sala le ceste che vengono preparate in magazzino, analisi dei venduti e degli ordini e poi la parte più stimolante: il servizio al cliente, trovare ciò che il tuo interlocutore cerca, saper consigliare un titolo, un genere…

Ma non è un mestiere che si conclude una volta lasciato il negozio: il libraio è, o almeno dovrebbe essere per come la vedo io, prima di tutto un lettore, una persona curiosa, attenta ai vari aspetti e alle offerte culturali del mondo che lo circonda, con un orecchio all’attualità.

D) Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

V) Entrare in sintonia con chi si rivolge a me per un consiglio, posare tra le mani il volume giusto per quella persona, e scoprire o riscoprire autori e titoli formidabili.

D) La tua passione per l’Inter. Raccontaci come è nata la tua passione per la Beneamata.

V) Ah l’Inter! Croce e delizia. Mi è sempre piaciuto il calcio, sin da piccola e i colori in casa sono sempre stati quelli neroazzurri, adesso ho la possibilità di andare ogni tanto allo stadio ed è una dimesione pazzesca per godersi le partite.

D) Quali libri ci consigli come prossima lettura?

V) Questa forse è la domanda più difficile, rischio di fare un elenco infinito. Mi limito allora a scrivere i miei 3 libri del 2019, non perché usciti quest’anno ma piuttosto perché nella mia personale esperienza di lettrice hanno lasciato il segno: “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati, meritato Premio Strega: un romanzo su Mussolini e sull’Italia del tempo, ben documentato e scritto in modo superbo, con lo scorrere delle pagine mi sembrava di vedere in bianco e nero come in un film luce.

Patria” di Aramburu la storie di due famiglie separate e al tempo stesso invincibilmente unite dal terrorismo basco, il finale è un capolavoro.

La Peste” di Camus una qualità di scrittura ormai difficilissima da trovare.

Mi fermo ma l’elenco sarebbe molto più lungo.

D) Ami Milano. Raccontaci un angolo di questa città che ami particolarmente.

V) Milano è una città fantastica, europea piena di possibilità, accogliente, responsabile. Ha le sue contraddizioni come ogni metropoli ma sta imparando a gestirle al meglio.

Uno dei miei posti preferiti è la passeggiata lungo il Naviglio della Martesana che da Greco porta fuori Milano: ogni stagione ha i suoi colori i suoi scorci carratteristici come il “Cantun Frecc” e poi è anche luogo di aggregazione.

D) Valentina e l’impegno politico e civile. Come possiamo aiutare a costruire la nostra comunità nell’epoca dei social in cui le persone faticano a parlare offline?

V) Credo che ognuno di noi, nel suo piccolo possa fare moltissimo partendo in apparenza dalle cose più banali come rispettare una fila o non gettare le cartacce per terra: buona educazione e gentilezza sono rivoluzionarie. Io ho scelto di dare un ruolo istituzionale al mio impegno politico: sono un Consigliere di Municipio 2 al secondo mandato. Serve ascolto del territorio e delle persone che lo vivono. La mia formazione politica e culturale è basata sull’Antifascismo, ci sono valori imprescindibili ma è necessario un dialogo costante soprattutto con chi non la pensa come te.

La politica che ultimamente sembra essere una cosa brutta una cosa sporca è in ogni nostra azione e scelta, non tutti ne sono consapevoli!

D) Ci dici una cosa che manca a Milano e che vorresti che ci fosse?

V) Come dicevo prima Milano è cresciuta tanto negli ultimi anni, e pur non avendo risolto tutti i suoi problemi che sarebbe utopistico offre una buona qualità della vita. A mio parere serve più attenzione verso le categorie più deboli: due esempi su tutti la questione degli alloggi e l’eliminazione delle barriere architettoniche.

D) Valentina tra dieci anni. Cosa ti piacerebbe fare?

V) Spero di crescere nel mio lavoro, e continuare nel mio impegno, non so bene in che forma ma sicuramente in modo attivo.

Grazie Valentina per la tua intervista, buona fortuna per i tuoi progetti e i tuoi prossimi impegni.

arte
Lady Be: dipingere con gli oggetti per salvare il Pianeta
25 dicembre 2019
Lady Be, ci racconta il Mosaico Contemporaneo, tra galleristi, mostre, Personal Pop Art e futuro dell'arte

Letizia Lanzarotti, in arte Lady Be, è una giovane artista italiana che utilizza il mosaico per le sue opere, dando vita alle sue creazioni tra pop art ed impegno ecologico. Lady Be è sensibile al tema ambientale, utilizzando plastica e materiali di riciclo per i suoi quadri esposti in importanti mostre in Francia, Italia, Germania, Inghilterra, Spagna, Regno Uniti, Olanda, Malta e Stati Uniti.
Oggi la intervistiamo per il nostro blog e le chiediamo più informazioni su come è nata la sua passione per l'arte, le specifiche tecniche che utilizza ed i suoi progetti per il futuro.

D) ­Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai iniziato a dipingere? 

L) Il mio rapporto con l’arte non ha mai avuto un vero e proprio inizio, se non la mia nascita,  in quanto posso dire di sentirmi artista da tutta la vita. Non ho ricordi legati all’inizio di questo percorso se non di aver sempre pensato e desiderato di diventare un'artista visuale, fin dalla mia infanzia. Non ho mai avuto dubbi sul mio percorso dalla formazione alla professione. 
 
D) La tua tecnica è molto particolare. Raccontaci come l'hai ideata e quale ritratto vorresti realizzare.
 
L) Le mie opere sono innovative e sono fatte con una tecnica di mia invenzione, il Mosaico Contemporaneo. Ma la mia tecnica affonda le origini nella pittura classica, ho studiato al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti per poter approdare al mio stile, e nei miei studi ho passato giorni e giorni imparando a disegnare ed esercitandomi con la copia dal vero. Come la pittura classica, infatti, i miei quadri partono dal disegno realizzato a matita o a carboncino, su tavola lignea. Successivamente vado poi a “colorare” il disegno con gli oggetti e i pezzetti di plastica che utilizzo, come fossero delle pennellate di colore. La mia tecnica è definita mosaico ma quando l’ho creata nella mia mente era molto più simile alla pittura, in quanto non ho mai avuto l’impressione di “attaccare dei tasselli”, ma più che altro di “dipingere” con gli oggetti. Ho realizzato con questa tecnica diversi omaggi a personaggi famosi dell’arte, della musica e del cinema e anche ritratti eseguiti su commissione, ritratti personali oppure aziendali. Ora però vorrei creare qualcosa di nuovo, un soggetto “mio” che mi contraddistingua e che non sia solo un ritratto di qualcosa o qualcuno che esiste già.


D) La tua esperienza internazionale. A quali mostre hai partecipato? Quale è stata la tua più grossa soddisfazione? 

L) Ho esposto in diverse città Italiane e in diverse Musei, Palazzi, Monumenti, Fondazioni, Gallerie in varie città: New York, Parigi Amsterdam, Londra, Barcellona, Berlino, La Valletta (Malta), Düsseldorf, Bruxelles e molte altre città. Nel 2018, per due mesi sono state esposte le mie opere in una mostra personale istituzionale all’interno dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia, mentre nel 2019 ho proseguito con il mio progetto dello “sdoganamento” di luoghi non appositamente nati per le esposizione artistiche, ma adibiti per l’occasione a luoghi espositivi per ospitare le mie opere eco-sostenibili, al fine di rendere il mio messaggio più diretto e accessibile al pubblico, anche quello più distratto, che non si fermerebbe mai in un museo o in una galleria ma che è di passaggio in una stazione o in un aeroporto. Così le mie opere sono arrivate al Terminal 1 di Milano Malpensa (dove sono attualmente esposte da due mesi) al Concerto del Primo Maggio di Roma, in una esposizione riservata al Backstage, collaboro con Legambiente e ha collaborato recentemente con Disney, creando le sue opere che ritraggono alcuni personaggi di Toy Story 4 per la promozione del film del 2019. Ecco perché anche l’Università di Pavia, tra le più antiche università al mondo e tra le più rinomate in Europa, sceglie le mie opere per lasciare un messaggio ai giovani studenti, un forte messaggio per mettere in guardia i professionisti  di domani su una delle tematiche più discusse di questi giorni, ovvero l’inquinamento ambientale e lo scorretto utilizzo e smaltimento della plastica. La mia più grossa soddisfazione, però, è stata sicuramente portare le mie opere in mostra sul monumento più famoso al mondo, la Torre Eiffel di Parigi. 
Sono una delle poche artiste al mondo ad aver esposto lì.

D) La tua famiglia. Sei stata sostenuta? I tuoi partecipano alle tue esibizioni? 

L) Assolutamente sì. Mio marito, da curatore d’arte, mi ha sostenuta dal primo giorno che ci siamo incontrati, aiutandomi con la comunicazione e il marketing. Mia madre mi ha sempre incoraggiata ad intraprendere questa carriera avendo anche lei una vena artistica e capacità pratiche e tecniche di esecuzione, mentre mio padre, sebbene inizialmente avrebbe preferito per me un lavoro più stabile, da quando è andato in pensione si dedica completamente all’allestimento e al trasporto in occasione delle mie Mostre d’arte nel Nord Italia.
Tutta la mia famiglia partecipa con grande soddisfazione ad ogni mostra, perché ogni evento è un piccolo passo verso qualcosa di più importante e più grande per la mia carriera.

D) I critici d'arte. Quale giudizio hai trovato più appropriato e quale completamente errato? 

L) Come ha detto Vittorio Sgarbi commentando una mia opera “L’argomento è pretestuoso (…) l’arte è forma, non è contenuto”; qualunque soggetto può essere un mezzo e non un fine, e il fine è sensibilizzare al riciclo e alla sostenibilità ambientale. Meglio ancora se il “mezzo” è popolare e amato da più persone possibili; solo così sarà possibile far giungere questo importante messaggio alle masse. Le critiche di Vittorio Sgarbi sono sicuramente le mie preferite. Tra le più pertinenti, anche quella del dott. Francesco Saverio Russo, che spiega bene la differenza tra la mia arte pop e quella dei Grandi Maestri del pop: “Il freddo ed impersonale, si trasforma nella “Personal Pop Art”, in personale e coinvolgente l’osservatore è spinto a toccare l’opera d’arte per cercare di catturarne i suoi segreti, la sua più intima essenza; un’arte che viene vista e rivista perché è qualcosa di conosciuto ma nello stesso tempo ancora da scoprire.
L’arte di Lady Be è Pop perché anche qui c’è la raffigurazione di idoli o miti in cui le masse tendono
ad identificarsi, si pensi alla figura di Marilyn Monroe o Audrey Hepburn, di Pablo Picasso o
Salvador Dalì. La tavolozza dei colori viene sostituita da grossi contenitori di oggetti suddivisi per colori, l’artista usa i colori originali degli oggetti per la realizzazione dell’opera.
Le opere di ciascuno degli interpreti della Pop Art, spesso differiscono tra loro per pochi segni o
colori, si pensi alle centinaia di opere su Mao Tse-Tung, l’occhio più attento fa fatica a trovare le
differenze. Le opere di Lady Be, anche sul medesimo soggetto, sono totalmente differenti, gli oggetti utilizzati variano e anche la loro posizione cambia da opera ad opera. 
Si assiste per la prima volta ad una nuova interpretazione di Pop, un’arte veramente popolare perché è il popolo inconsapevolmente a “consegnare” i colori-oggetto all’artista.
Tra i giudizi che considero più errati, invece, ci sono le critiche di alcuni galleristi che a mio parere non hanno colto il messaggio più profondo che voglio trasmettere attraverso le mie opere.
Qualcuno mi ha consigliato di farmi domande interiori, di riflettere su me stessa, di non fermarmi nell’utilizzo degli oggetti riciclati solo perché mi piace riciclare o nell’utilizzo dei colori perché amo il pop e i colori sgargianti. Qualcuno ha definito le mie opere kitsch, e ne vado fiera, perché la letteratura dell’arte contemporanea presenta una ricca documentazione su questa definizione. 
Non voglio andare contro le persone che vogliono farmi allontanare dal kitsch, dal pop, e dal colore, voglio solo dimostrare loro che le mie opere hanno ancora molto da dire e che forse dimenticano che, oltre al riciclo, la tematica fondamentale è legata al ricordo che ogni singolo oggetto porta con sé, la memoria degli oggetti usati, una memoria talvolta intrinseca e inconscia per questo è fondamentale che siano oggetti effettivamente “recuperati”. 

D) A quali pittori ti ispiri? Quali sono le tue principali influenze? 

L) Tra i più antichi, ad Arcimboldo, e sono fiera che tante persone vedano la sua influenza nelle mie opere. Se si osserva da vicino qualunque mia opera, si può vedere facilmente che non ci sono spazi tra un pezzettino e l’altro. Questo significa che ogni oggetto va “incastrato” nei buchi fino a coprire tutti gli spazi, per ottenere un effetto di “orror vacui”. Solitamente oltre al pop mi rispecchio nell'arte Povera, quindi Pistoletto, Kounnelis...ma anche artisti storicizzati come  Arman, che faceva accumuli di oggetti, e a Schnabel (paragone suggerito da Vittorio Sgarbi).

D) Quale museo preferisci? Raccontaci un'esibizione che ti permette di entrare in pieno contatto con l'arte e conoscere davvero l'artista.

L) Uno dei musei che mi piace di più è il Louvre, mentre in Italia mi piacerebbe esporre nei luoghi storici del Mosaico, come Ravenna. Come ho fatto nella mia Mostra Personale del 2018 al Castello Visconteo di Pavia, vorrei che i miei Mosaici Contemporanei dialogassero con quelli storici, come quelli pavimentali romanici nelle sale Romaniche dei Musei Civici di Pavia. Credo sia un ottimo pretesto per entrare nel mio mondo e nella mia tecnica.
Il mosaico, come ogni forma artistica, ha una grande storia, e non è difficile, consultando Internet e libri, fare una ricerca sulle evoluzioni mondiali che vi sono state nel corso del '900 in diversi Paesi del mondo. Una storia che parte dalla Cina e arriva ai contemporanei Mosaici Africani.
Il problema non è la storia ma la cultura, ciò che arriva alla gente, e qualunque persona di cultura media non conosce alcun mosaico dopo il periodo Liberty. Ciò che è conosciuto fa la storia e, tristemente, una volta passato Gustave Klimt e l’Art Déco, le persone hanno cominciato a considerare il mosaico come un elemento ornamentale (utilizzato soprattutto nell’edilizia) e non più come una forma d’arte. L’insegnamento che se ne può trarre è che bisogna assolutamente rimediare a questa lacuna, e riportare il Mosaico nei Musei come forma d’arte. In un’epoca in cui esistono così tanti materiali di scarto colorati, per me è stato naturale inventare il Mosaico Contemporaneo: credo che i tempi fossero maturi, e se non l’avessi fatto io qualcun’altro avrebbe fatto la stessa cosa, naturalmente con il suo stile. Spero, anche se si tratta di una goccia nell’oceano, di poter contribuire alla storia del Mosaico Contemporaneo, e che questa tecnica possa un giorno entrare a far parte della cultura collettiva.


D) Con quale galleria o museo ti piacerebbe collaborare? Quale è la città che agevola di più la vita degli artisti?
Il mio sogno è collaborare con la galleria più importante al mondo, Gagosian, collaborare con Larry Gagosian nella città di New York. Credo sia davvero la città che offre più opportunità, soprattutto agli artisti come me.

D) Il tema ecologico. Come possiamo fare tutti qualcosa in più per il nostro mondo? Hai un messaggio per i nostri lettori? 

L) Ciò che dico sempre ai miei incontri soprattutto con i più piccoli, è che attraverso le mie opere non potrò certo salvare il mondo o gli oceani dall’inquinamento, ma sicuramente posso mandare un messaggio attraverso il mio piccolo contributo sensibilizzare le persone su questo importante tema. Come diceva Madre Teresa di Calcutta “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.”


D) Lady Be tra 10 anni. Quali sono i tuoi sogni? In che città ti piacerebbe vivere? 

L) Nonostante ritengo la città di New York la più valida a livello mondiale per la carriera artistica, e ci sono diverse città italiane attente all’arte come Milano e Torino, io sono cresciuta in un piccolo paese della Provincia di Pavia e il mio desiderio non è vivere in una grande città, ma vivere a contatto con la natura. Il mio è un messaggio contro l’inquinamento: combatto ogni giorno attraverso la mia arte per mari e oceani più puliti, invitando a fare un corretto utilizzo della plastica, e un corretto smaltimento contro l’inquinamento dell’aria. Infatti, amo respirare aria buona, stare in mezzo al verde, lavorare all’aperto anche sotto il sole e trarre ispirazione dai colori e dalla pace della natura. Mi piace il mare e il mio sogno è avere un atelier vista mare, magari su una piccola altura dalla quale si vede un bel panorama. 

Grazie per la tua passione per l'arte e buona fortuna per i tuoi progetti.

ALESSANDRO DELFIORE

Le opere di Lady Be in questo articolo.
Dall'alto verso il basso: 

"Audrey"  - oggetti e resina su tavola - 70 x 70 cm, anno 2015
"Beatles Selfie", oggetti e resina su tavola, cm 100 x 75, anno 2017
"Gesu` Cristo", oggetti e resina, 130 x 150 cm, anno 2018
"Dario Fo", oggetti e resina su tavola, 50 x 50 cm, anno 2016 

Più informazioni su www.ladybeart.com
Special thanks to Elisabetta Roncati, Art Nomade Milan.

CULTURA
Intervista a Ana Villacampa: l’arte è ciò che ci rende umani
18 dicembre 2019

Oggi intervistiamo per il nostro blog Ana Villacampa, artista poliedrica, designer, architetto. Ha vissuto tra Oslo, Helsinki, Alicante, Barcellona, Milano. Da qualche anno si è trasferita a Southampton (UK), vicino alla New Forest National Park, in cui collabora con la galleria d’arte e studio di cornici First Floor Gallery Picture Framing Studio.


D) Quando hai iniziato a dipingere?

A) A quanto pare avevo 2 anni quando sono salita sul letto di mia zia a casa dei nonni e ho dipinto tutta la carta da parati col pennello blu. Poi con l’olio su tela ho iniziato, penso, a 12 anni.


D) Quale tecnica utilizzi? Quali sono i tuoi pittori di riferimento?
A) All'università ho scoperto l’acquerello e l’inchiostro. Ora è la tecnica che sento più congeniale. Forse in quello stesso periodo mi sono innamorata dell’opera di Hugo Pratt che è uno dei miei eroi non soltanto per i suoi bellissimi fumetti ma anche per il suo modo di vivere la vita. I suoi lavori hanno tanta forza e sono così espressivi che non c’è bisogno neanche di leggere il testo per capire ciò che vogliono comunicare. I suoi acquerelli sono libertà allo stato puro. Poi mi interessano tanti artisti e di recente ho riscoperto Joaquín Sorolla alla National Gallery a Londra e mi sono emozionata fino alle lacrime. Adesso sto ritornando sull’opera di Van Gogh, Gauguin ma anche sul Rinascimento. Mi interesso anche di fotografia che ho imparato ad amare in famiglia e che è tra le mie attività come professionista.

Un paio di anni fa ho ripreso gli acrilici su tela, carta e tavola. È una tecnica che utilizzavo tanto in università ma per i miei viaggi avevo abbandonato un pò. L’acrilico è quello che uso per dipingere composizioni astratte e geometriche in cui faccio riflessioni sui problemi della mente umana. Voglio parlare della depressione e del suicidio ma non solo. La salute della mente è da sempre stato un tema tabù di cui non viene permesso parlare e c’è tanta gente che soffre per questo. Non penso sia giusto e bisogna parlare di più di questi argomenti invece che nasconderle. Una persona che ha problemi con il proprio benessere psicologico, ha una malattia dalla mente ed ha bisogno di aiuto e di comprensione. Invece la società stigmatizza queste malattie ed esclude le persone dalla società. Non siamo delle macchine e soffrire una malattia mentale non è una debolezza, è semplicemente essere umani.

 
D) Si può vivere d’arte a Southampton?
A) Dipende. Non è il posto più culturale al mondo ma c’è chi se la cava. Questo posto è ben collegato con Londra, Winchester e Brighton ma anche con tanti aeroporti internazionali. Poi si fanno anche delle fiere d’arte a meno di due ore di macchina. Southampton è una città che è cresciuta intorno al porto dunque molto industriale ma grazie ad internet come artista puoi avere visibilità ovunque. Poi l’artigianato nella New Forest è molto importante e sta aiutando allo sviluppo culturale dalla zona. Per gli artisti e gli artigiani la New Forest è un posto meraviglioso dove trovare pace ed ispirazione. Poi le vendite le fai dove riesci.

A) Raccontaci cosa fate con First Floor Gallery.
Io collaboro con la First Floor Gallery Picture Framing Studio da più o meno un paio d’anni fa ma l’azienda è stata fondata nel 1982. Quello che facciamo è essenzialmente cornici per opere d’arte ma anche incorniciamo magliette da calcio, scarpe vintage, seta e qualsiasi cosa che si abbia la voglia d’incorniciare. Siamo molto specializzati sui lavori un pò delicati come musei, artisti e gallerie d’arte ma abbiamo anche clienti più piccoli. Tra i nostri servizi c’è la restaurazione d’opere d’arte e cornici. Abbiamo in vendita opere d’arte originali e lavoriamo sulla consegna facendo ritratti di persone e di animali.

A) Valorizzate artisti locali?
Tantissimo ma non solo. Anche di diversi periodi artistici, non soltanto contemporanei.

A) Come ti vedi tra 10 anni? Cosa ti piacerebbe fare?
Mi vedo lavorando sulle mie opere d’arte e andando a navigare con la barca che mi piace un sacco!


A) Quale è il tuo museo preferito? Quali esperienze desideri da un museo?
I musei sono come gli artisti, non potrei scegliere uno. A Milano mi piaceva tanto andare a vedere le mostre e la qualità dei musei e delle gallerie milanesi è a livello mondiale. Come designer mii piaceva tanto la Triennale ma non solo! Da piccola prendevo il treno dalla mia città, Alicante, per andare a Madrid a vedere El Prado, il Thyssen ed il Reina Sofia. Poi adesso che abito così vicina a Londra vado ogni tanto a vedere alcune mostre alla National Gallery, la Tate, il British Museum…c’è tanto da vedere a Londra anche!
L'esperienza che desidero da un museo è l'informazione. È bello vedere le mostre ma anche partecipare dallo spazio e imparare qualcosa visitando la mostra. Ma anche una bella pausa al caffè dal museo ci sta per rilassarsi.

D) Come si può far crescere l’ importanza dell’arte nella società attuale?
A) Secondo me l’arte è sottovalutata da un bel pò. Non è più un mestiere rispettato se non si parla dei grandi artisti. La società si è dimenticata che l’arte assieme alla capacità di articolare il linguaggio è ciò che ci rende umani. Arte è uguale a comunicazione e da poco fa si è scoperto che pittura e musica avevano lo stesso ruolo nelle grotte quando abbiamo iniziato a dipingere al buio. L’arte in ogni sua forma è un veicolo per l'educazione, per la trasmissione d’idee, per comunicare tra culture ed ideologie diverse. L’arte è il riflesso dalla nostra società e dal nostro tempo. Non riesco a capire ancora perché l’arte da un lato viene valutata soltanto come un divertimento e ad esempio il posto più visitato dal Regno Unito è la Tate Modern a Londra. Ciò significa che anche l’arte è un'industria che muove l'economia e gli investimenti. L’arte non è un giocattolo ma una parte essenziale dall’essere umano. Andare ad esempio alla Biennale a Venezia è una esperienza unica. A me ha colpito tantissimo! Tutte quelle idee rappresentate in quelle maniere diverse che ti fanno vivere delle emozioni e che hanno qualcosa da dire e ci fanno riflettere sulla nostra società. L’arte si trova ovunque! Ma non viene valutato come uno strumento di sviluppo territoriale ma come una forma di intrattenimento. Ci sono dei progetti di sviluppo culturale in cui tramite l’arte hanno tolto i ragazzi dalle strade e hanno dato loro un futuro in cui credere.


D) Il tuo rapporto con l’Italia. Pregi e difetti rispetto agli altri Paesi in cui hai vissuto (Spagna, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Germania)

A) L’Italia è un posto meraviglioso così unico dove la gente ha l’arte come parte delle loro vite. Lo vedi soltanto da come ti fanno il caffè al bar! In Italia tutto è bello, anche le cose più semplici come il cibo. Dalla mia esperienza nell'architettura e nel design, il Made in Italy ha proprio quella bellezza ma anche quella qualità che sono inconfondibili. Noi alla First Floor Gallery incorniciamo con prodotti di prima qualità sia che arrivino dal Regno Unito che dall’Italia.
Poi rispetto agli altri paesi che ho conosciuto soltanto posso dire che ogni posto ha le sue virtù e la sua bellezza propria. Non si può paragonare secondo la mia modesta opinione. Soltanto posso dire che ho sempre trovato gente meravigliosa a cui tengo.
Poi ovviamente per me l’Italia è dove mi sento a casa, soprattutto a Milano ma anche in Sardegna che per me è l’isola delle meraviglie.

D) La tua collaborazione con Abrazo Futbolero. Come hai conosciuto Vito e Alessandro Veronesi? Cosa ti piacerebbe realizzare con il collettivo d’artisti?

A) Hahahahaha! Guarda, meglio lasciamo stare! Insomma, a Vito l`ho conosciuto tanti anni fa tramite degli amici, gli stessi amici con cui abbiamo visto nascere l’Abrazo Futbolero una sera a cena a casa sua. Poi ad Alessandro Veronesi l’ho conosciuto anche tramite degli amici per la sua attività nel mondo dall’arte perché lui è coinvolto in progetti artistici come Orto & Arte a Milano e anche col Premio Fabrizio de Andrè.
Con il collettivo d’artisti si può fare tanto. Lo sviluppo culturale non ha limiti e bisogna capire cosa ha da dire la gente e per quello mi piace l'idea dell' Abrazo Futbolero come progetto artistico: perché e vicino alla gente ed e aperto a tutti come movimento culturale. Poi il fatto di avvicinare calcio e cultura è un challenge che promuove l'inclusione nello sport e l'attività artistica.

Auguri per tutto, buona fortuna per i tuoi progetti e per il tuo futuro un grande Abrazo Futbolero!

Ti ringrazio tanto!


SPORT
Il Museo del Calcio Internazionale a Sassari
23 dicembre 2018

Il Museo del Calcio Internazionale a Sassari

Hai mai sognato di vedere le maglie dei campioni della storia del calcio? Vuoi vivere notti magiche con la Nazionale senza muoverti dalla tua città? 

Dal 14 dicembre al 6 gennaio 2019, presso il Centro di formazione professionale AICS in via Cedrino 3, è in programma l’unica tappa sarda della mostra itinerante del Museo del Calcio internazionale.
Si tratta di un’iniziativa nata per rendere accessibile a tutti la storia del calcio attraverso le donazioni di campioni come Paolo Maldini,Ranocchia, Buffon, Ambrosini, Belotti, Vidal, Zaza e Francesco Totti.

Troverai cimeli unici come il pallone usato nella partita tra Scozia e Inghilterra del 1872 e le maglie autentiche di campioni come Cruyff, Maradona, Pelè e Falcao. Ci sarà spazio anche per una mostra sul calcio locale, come viene realizzato in ogni tappa della manifestazione itinerante che ha percorso l’Italia da Verona a Padova, da Jesi a Foggia, da Potenza a Nocera, partendo dalla prima tappa Matera.

L’ingresso della mostra, visitabile nei locali della scuola di Via Cedrino a Sassari, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19 è gratuito. Il sabato l’apertura è prevista dalle 10 alle 13.

Gli organizzatori sono: il comitato Provinciale AICS di Sassari, con il suo Presidente Franco Cassano in prima fila con il patrocinio del Comune di Sassari. Arricchisce la mostra la maglia di Gioia Masia (ex calciatrice della Nazionale italiana) nella sezione dedicata al calcio femminile.
Luigi Carvelli,curatore della mostra con Renato Mariotti era presente all’inaugurazione il 14 dicembre 2018. Con 2.000 pezzi originali, l’AICS vuole far riscoprire i veri valori del calcio, lo sport più amato al mondo. Navigando nel sito web www.museodelcalcio.com troviamo una frase che racconta l’ansia frenetica per il gioco, il risultato, il tifo della propria squadra: “E non c’è più la paura del domani, la tristezza del lunedì, ma solo la voglia di vivere la magia del calcio”. Il calcio è lo sport che allieta le domeniche degli italiani, sempre più seguito anche da un numero crescente di tifose di calcio come ha raccontato la giornalista Marta Elena Casanova nel libro “Tifose” in cui spiega l’origine dei club femminili di sole donne negli stadi italiani.
Tutti gli appassionati di calcio potranno riscoprire le sfide epiche ed imparare qualcosa sulla storia dei Mondiali, con cimeli anche risalenti al 1930.

ALESSANDRO DELFIORE

Per approfondire:

www.museodelcalcio.com

DIARI
“Gipsy”: un romanzo anticonvenzionale
2 settembre 2018

Tra le risposte incompiute di Andreas, nella ricerca del rapporto padre-figlio con Cristiano

di Alessandro Delfiore

Ho finito “Gipsy” sulla Olbia-Civitavecchia tornando verso Milano. Il primo romanzo di Andreas Cavaccini è un libro che mi ha appassionato, sul tema del rapporto tra padre e figlio, un conflitto irrisolto.
 La storia si svolge su diversi piani che si intersecano: passato e presente, racconto e sogno con una grande protagonista, la Signora. L’eroina che rovina la vita di Cristiano e di chi gli sta accanto, la droga che si impossessa della vita del padre del protagonista e lo costringe a vivere isolato in una gabbia mentale e fisica. 
Il romanzo autobiografico, viene raccontato attraverso continue interviste ai personaggi che hanno conosciuto Cristiano: la zia Angela, Gino, Irene. Man mano che scorrono le pagine, il lettore rimane incollato al libro e vuole scoprire i fili per risolvere il grande enigma del romanzo. Chi legge si appassiona al personaggio di Andrea, lunatico, che ha voglia di indagare ma non riesce ad andare fino in fondo, donnaiolo, eterno single, amico infedele, appassionato e ribelle, sognatore ed amante dei piaceri della vita.
I luoghi del romanzo costituiscono parte importante del racconto: Novettano, Parigi, Procchio, Weissen, Milano, Roma, l’umore dell’autore si interseca con le caratteristiche della città.L’India vista come esperienza negativa anziché di redenzione, è un’idea innovativa nel romanzo di Andreas, edito da Lupi Editore. 
Gli interrogativi con lo scorrere del romanzo aumentano e i fili tardano a districarsi. Distaccano il personaggio di Cesare Gallina, il direttore di Andrea, che diventa suo amico fedelissimo e Irene, che con la sua bellezza e libertà sembra irraggiungibile a chi legge. Il mistero del romanzo è quello del rapporto padre-figlio di rabbia, incompiutezza, conflitto e pace, amore e difficoltà di comunicazione. Andreas forse auspica un nuovo rapporto esclusivo tra padre e figlio con meno barriere, più libertà di viaggiare ed esprimersi, meno reticenza nel raccontare chi veramente è suo padre. La condanna per la droga è ferma e straziante, in particolare sono gli effetti sociali e fisici, ben espressi all’interno del romanzo a rovinare e isolare il padre del protagonista.
“Gipsy” è un romanzo libero come il nome da cui prende spunto, protagonista della vita anticonvenzionale di Cristiano e della ricerca di Andreas, che attraverso il padre si interroga sulla sua routine, sul senso della vita, sulle donne, sulle amicizie e su sé stesso. Lo consigliamo a tutti coloro che sono alla ricerca di risposte come quelle di Andreas, sulla difficoltà di cogliere il senso e le scelte degli altri protagonisti della nostra vita e di ciò che davvero ci circonda superando le convenzioni sociali.
ALESSANDRO DELFIORE

Una domenica al Salone del Libro di Torino
18 maggio 2014

Una domenica al Salone del Libro di Torino

Domenica 11 maggio 2014 mi sono recato per la prima volta al Salone del Libro di Torino. Era da anni che volevo visitarlo ed era anche l'occasione per incontrare due cari amici dell'infanzia, tra cui Sergio Garau, poeta di fama internazionale, che vive a Torino da anni e che si esibisce nei festival di tutta Europa come poeta slammer e presentatore.

In treno da Milano, arrivare al Salone è davvero comodo, si scende a Porta Nuova, si prende la metropolitana, si scende alla fermata Lingotto e appena fuori dalla metro si è nel piazzale antistante al Salone del Libro.

Appena dentro invece sembra di perdersi, il Salone è grande e gli eventi sono tantissimi. Dico a Sergio di guidarci lui alla scoperta del Salone dato che la mia è una visita conoscitiva, una passeggiata letteraria domenicale, non ho appuntamenti di lavoro. Dopo aver girato nel padiglione 1 e 2 aver visto lo Spazio Officina Piemonte con diverse case editrici che operano nel territorio, tra cui Atti Impuri, con cui collabora Sergio e che stampa una rivista bimestrale, alle 15 andiamo a vedere una bella presentazione del poeta Luigi Socci, direttore artistico del festival di poesia “La punta della lingua”, organizzato nelle Marche.

Luigi ci legge alcune sue poesie tratte dal libro “Il rovescio del dolore”, postmoderne, frammenti di realtà disordinata come un flusso di pensieri libero ma tagliente come il dolore, vere come la sensazione di amarezza che si prova quando una situazione va esattamente al contrario rispetto alle nostre aspettative. “Dallo spioncino” è una poesia voyeurista: l'essenza della sua poetica gaddiana potrebbe essere riassunta in questi versi:

Da questo varco

nella porta ci passa una scintilla

nero pupilla.”

Sergio deve andare via, ha uno slam a Treviglio e io ne approfitto per girare ancora un po' per il Salone. Vedo l'area dedicata al Vaticano, ospite internazionale di quest'anno, con una grande cupola di libri creata apposta per l'evento. Cerco di entrare in alcune sale per dei magnifici eventi tra cui un dialogo tra Niccolò Ammaniti e Joe Lansdale,ma il grande afflusso di pubblico e le lunghe file prima degli incontri mi sconsigliano di attendere per il poco tempo a disposizione. Riprendo quindi a girare e vedo la collettiva startup, il passaggio tra editoria e tecnologia, tra carta e e-reader, e-book e libro. Io propendo sempre per la carta, ma è inutile pensare a quanto tempo passiamo nella lettura che avviene tramite dispositivi multimediali rispetto al tempo che passiamo sulla carta stampata.

Faccio un altro giro e mi imbatto incase editrici che esistono da anni e che sono specializzate in nicchie di mercato: Marcos y Marcos, Iperborea (letteratura scandinava) e tante altre. Alla Sala 500 c'è Luis Sepulveda,ma mi imbatto in Gino Paoli che parla nello Spazio della Rai e Vittorio Sgarbi che vanta le meraviglie del Sud presso lo spazio espositivo organizzato dalla Regione Calabria.

Prima di andare via mi fermo ad ascoltare una conferenza sulla privacy nel design: la differenza tra la disciplina americana e quella comunitaria, il plagio nel design di un singolo modello. E' ora di andare, il treno mi aspetta, tornerò il prossimo anno con più destrezza organizzativa e felice per la bella giornata in compagnia di amici veri.


ALESSANDRO DELFIORE

cinema
Habi la extranjera
15 settembre 2013
Habi la extranjera è un film toccante e originale che affronta un tema poco trattato: la comunità islamica di Buenos Aires. L'intento della regista, come lei stessa spiega alla fine del film durante il botta e risposta in sala, è mostrare come questa comunità sia nostra vicina, ragioni come noi, con gli stessi sentimenti ed emozioni.
La protagonista è la bravissima Martina Jucadilla, che riesce ad interpretare splendidamente la ragazza annoiata dalla propria vita che decide di scoprire un altro mondo non così lontano fisicamente ma con regole tutte da scoprire. Analia, si avventura per una consegna e riceve in cambio una tunica, una ricetta in arabo e una mappa del Medio Oriente e decide di scoprire di più sulla comunità araba fingendosi Habiba, una ragazza scomparsa.
L'idea, alla regista Maria Florencia Alvarez era già venuta nel 1998-'99 durante la scuola di cinema, ma non si sentiva pronta per realizzare un lungometraggio e allora ha deciso di girare prima 3 cortometraggi "Sobre la Tierra", "Perro Negro" e "Nena" che hanno partecipato nel passato al Milano Film Festival. Il film è stato possibile grazie alla partecipazione della comunità islamica che ha dato l'ok per la moschea solo due settimane prima del film. Nel film c'è anche la scoperta e il viaggio adolescenziale e il tema del confronto all'interno della pensione in cui alloggia Habi (Analia).
Ma il vero trait-d'union della pellicola è la scoperta delle nuove amicizie e mostrare che siamo tutti uguali nelle nostre debolezze, emozioni, voglia di integrarsi o di scappare dalla routine.
Trovo azzeccata l'idea di dedicare marginalmente uno spazio alla violenza contro le donne e di farla rappresentare da una coppia argentina per non cadere nello stereotipo e nel già narrato.
ALESSANDRO DELFIORE

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marzo