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letteratura
Valentina Azzarone: il libraio è il mestiere più bello del mondo
29 dicembre 2019

Valentina Azzarone ci racconta la sua Milano tra Inter, Naviglio Martesana, gentilezza, impegno politico e sociale

Oggi per il nostro blog intervistiamo Valentina Azzarone, libraia della Libreria Feltrinelli in Corso Buenos Aires a Milano. Milanese, Consigliere Circoscrizionale al Municipio 2, fa dell’impegno civile, sociale e politico una missione per rendere la città più accogliente ed attenta alle esigenze di tutti.
Le abbiamo fatto alcune domande per i lettori del nostro blog:

D) Il mestiere di libraio. Ci racconti una tua giornata tipo?

V) Fare i librai è molto meno romantico di quanto si pensi! Dopo questa doverosa premessa posso affermare tranquillamente che è il mestiere più bello del mondo. Una giornata tipo si potrebbe riassumere così: sistemazione dei settori, rifornimento degli scaffali portando in sala le ceste che vengono preparate in magazzino, analisi dei venduti e degli ordini e poi la parte più stimolante: il servizio al cliente, trovare ciò che il tuo interlocutore cerca, saper consigliare un titolo, un genere…

Ma non è un mestiere che si conclude una volta lasciato il negozio: il libraio è, o almeno dovrebbe essere per come la vedo io, prima di tutto un lettore, una persona curiosa, attenta ai vari aspetti e alle offerte culturali del mondo che lo circonda, con un orecchio all’attualità.

D) Cosa ti piace di più del tuo lavoro?

V) Entrare in sintonia con chi si rivolge a me per un consiglio, posare tra le mani il volume giusto per quella persona, e scoprire o riscoprire autori e titoli formidabili.

D) La tua passione per l’Inter. Raccontaci come è nata la tua passione per la Beneamata.

V) Ah l’Inter! Croce e delizia. Mi è sempre piaciuto il calcio, sin da piccola e i colori in casa sono sempre stati quelli neroazzurri, adesso ho la possibilità di andare ogni tanto allo stadio ed è una dimesione pazzesca per godersi le partite.

D) Quali libri ci consigli come prossima lettura?

V) Questa forse è la domanda più difficile, rischio di fare un elenco infinito. Mi limito allora a scrivere i miei 3 libri del 2019, non perché usciti quest’anno ma piuttosto perché nella mia personale esperienza di lettrice hanno lasciato il segno: “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati, meritato Premio Strega: un romanzo su Mussolini e sull’Italia del tempo, ben documentato e scritto in modo superbo, con lo scorrere delle pagine mi sembrava di vedere in bianco e nero come in un film luce.

Patria” di Aramburu la storie di due famiglie separate e al tempo stesso invincibilmente unite dal terrorismo basco, il finale è un capolavoro.

La Peste” di Camus una qualità di scrittura ormai difficilissima da trovare.

Mi fermo ma l’elenco sarebbe molto più lungo.

D) Ami Milano. Raccontaci un angolo di questa città che ami particolarmente.

V) Milano è una città fantastica, europea piena di possibilità, accogliente, responsabile. Ha le sue contraddizioni come ogni metropoli ma sta imparando a gestirle al meglio.

Uno dei miei posti preferiti è la passeggiata lungo il Naviglio della Martesana che da Greco porta fuori Milano: ogni stagione ha i suoi colori i suoi scorci carratteristici come il “Cantun Frecc” e poi è anche luogo di aggregazione.

D) Valentina e l’impegno politico e civile. Come possiamo aiutare a costruire la nostra comunità nell’epoca dei social in cui le persone faticano a parlare offline?

V) Credo che ognuno di noi, nel suo piccolo possa fare moltissimo partendo in apparenza dalle cose più banali come rispettare una fila o non gettare le cartacce per terra: buona educazione e gentilezza sono rivoluzionarie. Io ho scelto di dare un ruolo istituzionale al mio impegno politico: sono un Consigliere di Municipio 2 al secondo mandato. Serve ascolto del territorio e delle persone che lo vivono. La mia formazione politica e culturale è basata sull’Antifascismo, ci sono valori imprescindibili ma è necessario un dialogo costante soprattutto con chi non la pensa come te.

La politica che ultimamente sembra essere una cosa brutta una cosa sporca è in ogni nostra azione e scelta, non tutti ne sono consapevoli!

D) Ci dici una cosa che manca a Milano e che vorresti che ci fosse?

V) Come dicevo prima Milano è cresciuta tanto negli ultimi anni, e pur non avendo risolto tutti i suoi problemi che sarebbe utopistico offre una buona qualità della vita. A mio parere serve più attenzione verso le categorie più deboli: due esempi su tutti la questione degli alloggi e l’eliminazione delle barriere architettoniche.

D) Valentina tra dieci anni. Cosa ti piacerebbe fare?

V) Spero di crescere nel mio lavoro, e continuare nel mio impegno, non so bene in che forma ma sicuramente in modo attivo.

Grazie Valentina per la tua intervista, buona fortuna per i tuoi progetti e i tuoi prossimi impegni.

arte
Lady Be: dipingere con gli oggetti per salvare il Pianeta
25 dicembre 2019
Lady Be, ci racconta il Mosaico Contemporaneo, tra galleristi, mostre, Personal Pop Art e futuro dell'arte

Letizia Lanzarotti, in arte Lady Be, è una giovane artista italiana che utilizza il mosaico per le sue opere, dando vita alle sue creazioni tra pop art ed impegno ecologico. Lady Be è sensibile al tema ambientale, utilizzando plastica e materiali di riciclo per i suoi quadri esposti in importanti mostre in Francia, Italia, Germania, Inghilterra, Spagna, Regno Uniti, Olanda, Malta e Stati Uniti.
Oggi la intervistiamo per il nostro blog e le chiediamo più informazioni su come è nata la sua passione per l'arte, le specifiche tecniche che utilizza ed i suoi progetti per il futuro.

D) ­Raccontaci i tuoi esordi. Quando hai iniziato a dipingere? 

L) Il mio rapporto con l’arte non ha mai avuto un vero e proprio inizio, se non la mia nascita,  in quanto posso dire di sentirmi artista da tutta la vita. Non ho ricordi legati all’inizio di questo percorso se non di aver sempre pensato e desiderato di diventare un'artista visuale, fin dalla mia infanzia. Non ho mai avuto dubbi sul mio percorso dalla formazione alla professione. 
 
D) La tua tecnica è molto particolare. Raccontaci come l'hai ideata e quale ritratto vorresti realizzare.
 
L) Le mie opere sono innovative e sono fatte con una tecnica di mia invenzione, il Mosaico Contemporaneo. Ma la mia tecnica affonda le origini nella pittura classica, ho studiato al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti per poter approdare al mio stile, e nei miei studi ho passato giorni e giorni imparando a disegnare ed esercitandomi con la copia dal vero. Come la pittura classica, infatti, i miei quadri partono dal disegno realizzato a matita o a carboncino, su tavola lignea. Successivamente vado poi a “colorare” il disegno con gli oggetti e i pezzetti di plastica che utilizzo, come fossero delle pennellate di colore. La mia tecnica è definita mosaico ma quando l’ho creata nella mia mente era molto più simile alla pittura, in quanto non ho mai avuto l’impressione di “attaccare dei tasselli”, ma più che altro di “dipingere” con gli oggetti. Ho realizzato con questa tecnica diversi omaggi a personaggi famosi dell’arte, della musica e del cinema e anche ritratti eseguiti su commissione, ritratti personali oppure aziendali. Ora però vorrei creare qualcosa di nuovo, un soggetto “mio” che mi contraddistingua e che non sia solo un ritratto di qualcosa o qualcuno che esiste già.


D) La tua esperienza internazionale. A quali mostre hai partecipato? Quale è stata la tua più grossa soddisfazione? 

L) Ho esposto in diverse città Italiane e in diverse Musei, Palazzi, Monumenti, Fondazioni, Gallerie in varie città: New York, Parigi Amsterdam, Londra, Barcellona, Berlino, La Valletta (Malta), Düsseldorf, Bruxelles e molte altre città. Nel 2018, per due mesi sono state esposte le mie opere in una mostra personale istituzionale all’interno dei Musei Civici del Castello Visconteo di Pavia, mentre nel 2019 ho proseguito con il mio progetto dello “sdoganamento” di luoghi non appositamente nati per le esposizione artistiche, ma adibiti per l’occasione a luoghi espositivi per ospitare le mie opere eco-sostenibili, al fine di rendere il mio messaggio più diretto e accessibile al pubblico, anche quello più distratto, che non si fermerebbe mai in un museo o in una galleria ma che è di passaggio in una stazione o in un aeroporto. Così le mie opere sono arrivate al Terminal 1 di Milano Malpensa (dove sono attualmente esposte da due mesi) al Concerto del Primo Maggio di Roma, in una esposizione riservata al Backstage, collaboro con Legambiente e ha collaborato recentemente con Disney, creando le sue opere che ritraggono alcuni personaggi di Toy Story 4 per la promozione del film del 2019. Ecco perché anche l’Università di Pavia, tra le più antiche università al mondo e tra le più rinomate in Europa, sceglie le mie opere per lasciare un messaggio ai giovani studenti, un forte messaggio per mettere in guardia i professionisti  di domani su una delle tematiche più discusse di questi giorni, ovvero l’inquinamento ambientale e lo scorretto utilizzo e smaltimento della plastica. La mia più grossa soddisfazione, però, è stata sicuramente portare le mie opere in mostra sul monumento più famoso al mondo, la Torre Eiffel di Parigi. 
Sono una delle poche artiste al mondo ad aver esposto lì.

D) La tua famiglia. Sei stata sostenuta? I tuoi partecipano alle tue esibizioni? 

L) Assolutamente sì. Mio marito, da curatore d’arte, mi ha sostenuta dal primo giorno che ci siamo incontrati, aiutandomi con la comunicazione e il marketing. Mia madre mi ha sempre incoraggiata ad intraprendere questa carriera avendo anche lei una vena artistica e capacità pratiche e tecniche di esecuzione, mentre mio padre, sebbene inizialmente avrebbe preferito per me un lavoro più stabile, da quando è andato in pensione si dedica completamente all’allestimento e al trasporto in occasione delle mie Mostre d’arte nel Nord Italia.
Tutta la mia famiglia partecipa con grande soddisfazione ad ogni mostra, perché ogni evento è un piccolo passo verso qualcosa di più importante e più grande per la mia carriera.

D) I critici d'arte. Quale giudizio hai trovato più appropriato e quale completamente errato? 

L) Come ha detto Vittorio Sgarbi commentando una mia opera “L’argomento è pretestuoso (…) l’arte è forma, non è contenuto”; qualunque soggetto può essere un mezzo e non un fine, e il fine è sensibilizzare al riciclo e alla sostenibilità ambientale. Meglio ancora se il “mezzo” è popolare e amato da più persone possibili; solo così sarà possibile far giungere questo importante messaggio alle masse. Le critiche di Vittorio Sgarbi sono sicuramente le mie preferite. Tra le più pertinenti, anche quella del dott. Francesco Saverio Russo, che spiega bene la differenza tra la mia arte pop e quella dei Grandi Maestri del pop: “Il freddo ed impersonale, si trasforma nella “Personal Pop Art”, in personale e coinvolgente l’osservatore è spinto a toccare l’opera d’arte per cercare di catturarne i suoi segreti, la sua più intima essenza; un’arte che viene vista e rivista perché è qualcosa di conosciuto ma nello stesso tempo ancora da scoprire.
L’arte di Lady Be è Pop perché anche qui c’è la raffigurazione di idoli o miti in cui le masse tendono
ad identificarsi, si pensi alla figura di Marilyn Monroe o Audrey Hepburn, di Pablo Picasso o
Salvador Dalì. La tavolozza dei colori viene sostituita da grossi contenitori di oggetti suddivisi per colori, l’artista usa i colori originali degli oggetti per la realizzazione dell’opera.
Le opere di ciascuno degli interpreti della Pop Art, spesso differiscono tra loro per pochi segni o
colori, si pensi alle centinaia di opere su Mao Tse-Tung, l’occhio più attento fa fatica a trovare le
differenze. Le opere di Lady Be, anche sul medesimo soggetto, sono totalmente differenti, gli oggetti utilizzati variano e anche la loro posizione cambia da opera ad opera. 
Si assiste per la prima volta ad una nuova interpretazione di Pop, un’arte veramente popolare perché è il popolo inconsapevolmente a “consegnare” i colori-oggetto all’artista.
Tra i giudizi che considero più errati, invece, ci sono le critiche di alcuni galleristi che a mio parere non hanno colto il messaggio più profondo che voglio trasmettere attraverso le mie opere.
Qualcuno mi ha consigliato di farmi domande interiori, di riflettere su me stessa, di non fermarmi nell’utilizzo degli oggetti riciclati solo perché mi piace riciclare o nell’utilizzo dei colori perché amo il pop e i colori sgargianti. Qualcuno ha definito le mie opere kitsch, e ne vado fiera, perché la letteratura dell’arte contemporanea presenta una ricca documentazione su questa definizione. 
Non voglio andare contro le persone che vogliono farmi allontanare dal kitsch, dal pop, e dal colore, voglio solo dimostrare loro che le mie opere hanno ancora molto da dire e che forse dimenticano che, oltre al riciclo, la tematica fondamentale è legata al ricordo che ogni singolo oggetto porta con sé, la memoria degli oggetti usati, una memoria talvolta intrinseca e inconscia per questo è fondamentale che siano oggetti effettivamente “recuperati”. 

D) A quali pittori ti ispiri? Quali sono le tue principali influenze? 

L) Tra i più antichi, ad Arcimboldo, e sono fiera che tante persone vedano la sua influenza nelle mie opere. Se si osserva da vicino qualunque mia opera, si può vedere facilmente che non ci sono spazi tra un pezzettino e l’altro. Questo significa che ogni oggetto va “incastrato” nei buchi fino a coprire tutti gli spazi, per ottenere un effetto di “orror vacui”. Solitamente oltre al pop mi rispecchio nell'arte Povera, quindi Pistoletto, Kounnelis...ma anche artisti storicizzati come  Arman, che faceva accumuli di oggetti, e a Schnabel (paragone suggerito da Vittorio Sgarbi).

D) Quale museo preferisci? Raccontaci un'esibizione che ti permette di entrare in pieno contatto con l'arte e conoscere davvero l'artista.

L) Uno dei musei che mi piace di più è il Louvre, mentre in Italia mi piacerebbe esporre nei luoghi storici del Mosaico, come Ravenna. Come ho fatto nella mia Mostra Personale del 2018 al Castello Visconteo di Pavia, vorrei che i miei Mosaici Contemporanei dialogassero con quelli storici, come quelli pavimentali romanici nelle sale Romaniche dei Musei Civici di Pavia. Credo sia un ottimo pretesto per entrare nel mio mondo e nella mia tecnica.
Il mosaico, come ogni forma artistica, ha una grande storia, e non è difficile, consultando Internet e libri, fare una ricerca sulle evoluzioni mondiali che vi sono state nel corso del '900 in diversi Paesi del mondo. Una storia che parte dalla Cina e arriva ai contemporanei Mosaici Africani.
Il problema non è la storia ma la cultura, ciò che arriva alla gente, e qualunque persona di cultura media non conosce alcun mosaico dopo il periodo Liberty. Ciò che è conosciuto fa la storia e, tristemente, una volta passato Gustave Klimt e l’Art Déco, le persone hanno cominciato a considerare il mosaico come un elemento ornamentale (utilizzato soprattutto nell’edilizia) e non più come una forma d’arte. L’insegnamento che se ne può trarre è che bisogna assolutamente rimediare a questa lacuna, e riportare il Mosaico nei Musei come forma d’arte. In un’epoca in cui esistono così tanti materiali di scarto colorati, per me è stato naturale inventare il Mosaico Contemporaneo: credo che i tempi fossero maturi, e se non l’avessi fatto io qualcun’altro avrebbe fatto la stessa cosa, naturalmente con il suo stile. Spero, anche se si tratta di una goccia nell’oceano, di poter contribuire alla storia del Mosaico Contemporaneo, e che questa tecnica possa un giorno entrare a far parte della cultura collettiva.


D) Con quale galleria o museo ti piacerebbe collaborare? Quale è la città che agevola di più la vita degli artisti?
Il mio sogno è collaborare con la galleria più importante al mondo, Gagosian, collaborare con Larry Gagosian nella città di New York. Credo sia davvero la città che offre più opportunità, soprattutto agli artisti come me.

D) Il tema ecologico. Come possiamo fare tutti qualcosa in più per il nostro mondo? Hai un messaggio per i nostri lettori? 

L) Ciò che dico sempre ai miei incontri soprattutto con i più piccoli, è che attraverso le mie opere non potrò certo salvare il mondo o gli oceani dall’inquinamento, ma sicuramente posso mandare un messaggio attraverso il mio piccolo contributo sensibilizzare le persone su questo importante tema. Come diceva Madre Teresa di Calcutta “Quello che noi facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno.”


D) Lady Be tra 10 anni. Quali sono i tuoi sogni? In che città ti piacerebbe vivere? 

L) Nonostante ritengo la città di New York la più valida a livello mondiale per la carriera artistica, e ci sono diverse città italiane attente all’arte come Milano e Torino, io sono cresciuta in un piccolo paese della Provincia di Pavia e il mio desiderio non è vivere in una grande città, ma vivere a contatto con la natura. Il mio è un messaggio contro l’inquinamento: combatto ogni giorno attraverso la mia arte per mari e oceani più puliti, invitando a fare un corretto utilizzo della plastica, e un corretto smaltimento contro l’inquinamento dell’aria. Infatti, amo respirare aria buona, stare in mezzo al verde, lavorare all’aperto anche sotto il sole e trarre ispirazione dai colori e dalla pace della natura. Mi piace il mare e il mio sogno è avere un atelier vista mare, magari su una piccola altura dalla quale si vede un bel panorama. 

Grazie per la tua passione per l'arte e buona fortuna per i tuoi progetti.

ALESSANDRO DELFIORE

Le opere di Lady Be in questo articolo.
Dall'alto verso il basso: 

"Audrey"  - oggetti e resina su tavola - 70 x 70 cm, anno 2015
"Beatles Selfie", oggetti e resina su tavola, cm 100 x 75, anno 2017
"Gesu` Cristo", oggetti e resina, 130 x 150 cm, anno 2018
"Dario Fo", oggetti e resina su tavola, 50 x 50 cm, anno 2016 

Più informazioni su www.ladybeart.com
Special thanks to Elisabetta Roncati, Art Nomade Milan.

CULTURA
Intervista a Ana Villacampa: l’arte è ciò che ci rende umani
18 dicembre 2019

Oggi intervistiamo per il nostro blog Ana Villacampa, artista poliedrica, designer, architetto. Ha vissuto tra Oslo, Helsinki, Alicante, Barcellona, Milano. Da qualche anno si è trasferita a Southampton (UK), vicino alla New Forest National Park, in cui collabora con la galleria d’arte e studio di cornici First Floor Gallery Picture Framing Studio.


D) Quando hai iniziato a dipingere?

A) A quanto pare avevo 2 anni quando sono salita sul letto di mia zia a casa dei nonni e ho dipinto tutta la carta da parati col pennello blu. Poi con l’olio su tela ho iniziato, penso, a 12 anni.


D) Quale tecnica utilizzi? Quali sono i tuoi pittori di riferimento?
A) All'università ho scoperto l’acquerello e l’inchiostro. Ora è la tecnica che sento più congeniale. Forse in quello stesso periodo mi sono innamorata dell’opera di Hugo Pratt che è uno dei miei eroi non soltanto per i suoi bellissimi fumetti ma anche per il suo modo di vivere la vita. I suoi lavori hanno tanta forza e sono così espressivi che non c’è bisogno neanche di leggere il testo per capire ciò che vogliono comunicare. I suoi acquerelli sono libertà allo stato puro. Poi mi interessano tanti artisti e di recente ho riscoperto Joaquín Sorolla alla National Gallery a Londra e mi sono emozionata fino alle lacrime. Adesso sto ritornando sull’opera di Van Gogh, Gauguin ma anche sul Rinascimento. Mi interesso anche di fotografia che ho imparato ad amare in famiglia e che è tra le mie attività come professionista.

Un paio di anni fa ho ripreso gli acrilici su tela, carta e tavola. È una tecnica che utilizzavo tanto in università ma per i miei viaggi avevo abbandonato un pò. L’acrilico è quello che uso per dipingere composizioni astratte e geometriche in cui faccio riflessioni sui problemi della mente umana. Voglio parlare della depressione e del suicidio ma non solo. La salute della mente è da sempre stato un tema tabù di cui non viene permesso parlare e c’è tanta gente che soffre per questo. Non penso sia giusto e bisogna parlare di più di questi argomenti invece che nasconderle. Una persona che ha problemi con il proprio benessere psicologico, ha una malattia dalla mente ed ha bisogno di aiuto e di comprensione. Invece la società stigmatizza queste malattie ed esclude le persone dalla società. Non siamo delle macchine e soffrire una malattia mentale non è una debolezza, è semplicemente essere umani.

 
D) Si può vivere d’arte a Southampton?
A) Dipende. Non è il posto più culturale al mondo ma c’è chi se la cava. Questo posto è ben collegato con Londra, Winchester e Brighton ma anche con tanti aeroporti internazionali. Poi si fanno anche delle fiere d’arte a meno di due ore di macchina. Southampton è una città che è cresciuta intorno al porto dunque molto industriale ma grazie ad internet come artista puoi avere visibilità ovunque. Poi l’artigianato nella New Forest è molto importante e sta aiutando allo sviluppo culturale dalla zona. Per gli artisti e gli artigiani la New Forest è un posto meraviglioso dove trovare pace ed ispirazione. Poi le vendite le fai dove riesci.

A) Raccontaci cosa fate con First Floor Gallery.
Io collaboro con la First Floor Gallery Picture Framing Studio da più o meno un paio d’anni fa ma l’azienda è stata fondata nel 1982. Quello che facciamo è essenzialmente cornici per opere d’arte ma anche incorniciamo magliette da calcio, scarpe vintage, seta e qualsiasi cosa che si abbia la voglia d’incorniciare. Siamo molto specializzati sui lavori un pò delicati come musei, artisti e gallerie d’arte ma abbiamo anche clienti più piccoli. Tra i nostri servizi c’è la restaurazione d’opere d’arte e cornici. Abbiamo in vendita opere d’arte originali e lavoriamo sulla consegna facendo ritratti di persone e di animali.

A) Valorizzate artisti locali?
Tantissimo ma non solo. Anche di diversi periodi artistici, non soltanto contemporanei.

A) Come ti vedi tra 10 anni? Cosa ti piacerebbe fare?
Mi vedo lavorando sulle mie opere d’arte e andando a navigare con la barca che mi piace un sacco!


A) Quale è il tuo museo preferito? Quali esperienze desideri da un museo?
I musei sono come gli artisti, non potrei scegliere uno. A Milano mi piaceva tanto andare a vedere le mostre e la qualità dei musei e delle gallerie milanesi è a livello mondiale. Come designer mii piaceva tanto la Triennale ma non solo! Da piccola prendevo il treno dalla mia città, Alicante, per andare a Madrid a vedere El Prado, il Thyssen ed il Reina Sofia. Poi adesso che abito così vicina a Londra vado ogni tanto a vedere alcune mostre alla National Gallery, la Tate, il British Museum…c’è tanto da vedere a Londra anche!
L'esperienza che desidero da un museo è l'informazione. È bello vedere le mostre ma anche partecipare dallo spazio e imparare qualcosa visitando la mostra. Ma anche una bella pausa al caffè dal museo ci sta per rilassarsi.

D) Come si può far crescere l’ importanza dell’arte nella società attuale?
A) Secondo me l’arte è sottovalutata da un bel pò. Non è più un mestiere rispettato se non si parla dei grandi artisti. La società si è dimenticata che l’arte assieme alla capacità di articolare il linguaggio è ciò che ci rende umani. Arte è uguale a comunicazione e da poco fa si è scoperto che pittura e musica avevano lo stesso ruolo nelle grotte quando abbiamo iniziato a dipingere al buio. L’arte in ogni sua forma è un veicolo per l'educazione, per la trasmissione d’idee, per comunicare tra culture ed ideologie diverse. L’arte è il riflesso dalla nostra società e dal nostro tempo. Non riesco a capire ancora perché l’arte da un lato viene valutata soltanto come un divertimento e ad esempio il posto più visitato dal Regno Unito è la Tate Modern a Londra. Ciò significa che anche l’arte è un'industria che muove l'economia e gli investimenti. L’arte non è un giocattolo ma una parte essenziale dall’essere umano. Andare ad esempio alla Biennale a Venezia è una esperienza unica. A me ha colpito tantissimo! Tutte quelle idee rappresentate in quelle maniere diverse che ti fanno vivere delle emozioni e che hanno qualcosa da dire e ci fanno riflettere sulla nostra società. L’arte si trova ovunque! Ma non viene valutato come uno strumento di sviluppo territoriale ma come una forma di intrattenimento. Ci sono dei progetti di sviluppo culturale in cui tramite l’arte hanno tolto i ragazzi dalle strade e hanno dato loro un futuro in cui credere.


D) Il tuo rapporto con l’Italia. Pregi e difetti rispetto agli altri Paesi in cui hai vissuto (Spagna, Norvegia, Finlandia, Regno Unito, Germania)

A) L’Italia è un posto meraviglioso così unico dove la gente ha l’arte come parte delle loro vite. Lo vedi soltanto da come ti fanno il caffè al bar! In Italia tutto è bello, anche le cose più semplici come il cibo. Dalla mia esperienza nell'architettura e nel design, il Made in Italy ha proprio quella bellezza ma anche quella qualità che sono inconfondibili. Noi alla First Floor Gallery incorniciamo con prodotti di prima qualità sia che arrivino dal Regno Unito che dall’Italia.
Poi rispetto agli altri paesi che ho conosciuto soltanto posso dire che ogni posto ha le sue virtù e la sua bellezza propria. Non si può paragonare secondo la mia modesta opinione. Soltanto posso dire che ho sempre trovato gente meravigliosa a cui tengo.
Poi ovviamente per me l’Italia è dove mi sento a casa, soprattutto a Milano ma anche in Sardegna che per me è l’isola delle meraviglie.

D) La tua collaborazione con Abrazo Futbolero. Come hai conosciuto Vito e Alessandro Veronesi? Cosa ti piacerebbe realizzare con il collettivo d’artisti?

A) Hahahahaha! Guarda, meglio lasciamo stare! Insomma, a Vito l`ho conosciuto tanti anni fa tramite degli amici, gli stessi amici con cui abbiamo visto nascere l’Abrazo Futbolero una sera a cena a casa sua. Poi ad Alessandro Veronesi l’ho conosciuto anche tramite degli amici per la sua attività nel mondo dall’arte perché lui è coinvolto in progetti artistici come Orto & Arte a Milano e anche col Premio Fabrizio de Andrè.
Con il collettivo d’artisti si può fare tanto. Lo sviluppo culturale non ha limiti e bisogna capire cosa ha da dire la gente e per quello mi piace l'idea dell' Abrazo Futbolero come progetto artistico: perché e vicino alla gente ed e aperto a tutti come movimento culturale. Poi il fatto di avvicinare calcio e cultura è un challenge che promuove l'inclusione nello sport e l'attività artistica.

Auguri per tutto, buona fortuna per i tuoi progetti e per il tuo futuro un grande Abrazo Futbolero!

Ti ringrazio tanto!


SPORT
Il Museo del Calcio Internazionale a Sassari
23 dicembre 2018

Il Museo del Calcio Internazionale a Sassari

Hai mai sognato di vedere le maglie dei campioni della storia del calcio? Vuoi vivere notti magiche con la Nazionale senza muoverti dalla tua città? 

Dal 14 dicembre al 6 gennaio 2019, presso il Centro di formazione professionale AICS in via Cedrino 3, è in programma l’unica tappa sarda della mostra itinerante del Museo del Calcio internazionale.
Si tratta di un’iniziativa nata per rendere accessibile a tutti la storia del calcio attraverso le donazioni di campioni come Paolo Maldini,Ranocchia, Buffon, Ambrosini, Belotti, Vidal, Zaza e Francesco Totti.

Troverai cimeli unici come il pallone usato nella partita tra Scozia e Inghilterra del 1872 e le maglie autentiche di campioni come Cruyff, Maradona, Pelè e Falcao. Ci sarà spazio anche per una mostra sul calcio locale, come viene realizzato in ogni tappa della manifestazione itinerante che ha percorso l’Italia da Verona a Padova, da Jesi a Foggia, da Potenza a Nocera, partendo dalla prima tappa Matera.

L’ingresso della mostra, visitabile nei locali della scuola di Via Cedrino a Sassari, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19 è gratuito. Il sabato l’apertura è prevista dalle 10 alle 13.

Gli organizzatori sono: il comitato Provinciale AICS di Sassari, con il suo Presidente Franco Cassano in prima fila con il patrocinio del Comune di Sassari. Arricchisce la mostra la maglia di Gioia Masia (ex calciatrice della Nazionale italiana) nella sezione dedicata al calcio femminile.
Luigi Carvelli,curatore della mostra con Renato Mariotti era presente all’inaugurazione il 14 dicembre 2018. Con 2.000 pezzi originali, l’AICS vuole far riscoprire i veri valori del calcio, lo sport più amato al mondo. Navigando nel sito web www.museodelcalcio.com troviamo una frase che racconta l’ansia frenetica per il gioco, il risultato, il tifo della propria squadra: “E non c’è più la paura del domani, la tristezza del lunedì, ma solo la voglia di vivere la magia del calcio”. Il calcio è lo sport che allieta le domeniche degli italiani, sempre più seguito anche da un numero crescente di tifose di calcio come ha raccontato la giornalista Marta Elena Casanova nel libro “Tifose” in cui spiega l’origine dei club femminili di sole donne negli stadi italiani.
Tutti gli appassionati di calcio potranno riscoprire le sfide epiche ed imparare qualcosa sulla storia dei Mondiali, con cimeli anche risalenti al 1930.

ALESSANDRO DELFIORE

Per approfondire:

www.museodelcalcio.com

DIARI
“Gipsy”: un romanzo anticonvenzionale
2 settembre 2018

Tra le risposte incompiute di Andreas, nella ricerca del rapporto padre-figlio con Cristiano

di Alessandro Delfiore

Ho finito “Gipsy” sulla Olbia-Civitavecchia tornando verso Milano. Il primo romanzo di Andreas Cavaccini è un libro che mi ha appassionato, sul tema del rapporto tra padre e figlio, un conflitto irrisolto.
 La storia si svolge su diversi piani che si intersecano: passato e presente, racconto e sogno con una grande protagonista, la Signora. L’eroina che rovina la vita di Cristiano e di chi gli sta accanto, la droga che si impossessa della vita del padre del protagonista e lo costringe a vivere isolato in una gabbia mentale e fisica. 
Il romanzo autobiografico, viene raccontato attraverso continue interviste ai personaggi che hanno conosciuto Cristiano: la zia Angela, Gino, Irene. Man mano che scorrono le pagine, il lettore rimane incollato al libro e vuole scoprire i fili per risolvere il grande enigma del romanzo. Chi legge si appassiona al personaggio di Andrea, lunatico, che ha voglia di indagare ma non riesce ad andare fino in fondo, donnaiolo, eterno single, amico infedele, appassionato e ribelle, sognatore ed amante dei piaceri della vita.
I luoghi del romanzo costituiscono parte importante del racconto: Novettano, Parigi, Procchio, Weissen, Milano, Roma, l’umore dell’autore si interseca con le caratteristiche della città.L’India vista come esperienza negativa anziché di redenzione, è un’idea innovativa nel romanzo di Andreas, edito da Lupi Editore. 
Gli interrogativi con lo scorrere del romanzo aumentano e i fili tardano a districarsi. Distaccano il personaggio di Cesare Gallina, il direttore di Andrea, che diventa suo amico fedelissimo e Irene, che con la sua bellezza e libertà sembra irraggiungibile a chi legge. Il mistero del romanzo è quello del rapporto padre-figlio di rabbia, incompiutezza, conflitto e pace, amore e difficoltà di comunicazione. Andreas forse auspica un nuovo rapporto esclusivo tra padre e figlio con meno barriere, più libertà di viaggiare ed esprimersi, meno reticenza nel raccontare chi veramente è suo padre. La condanna per la droga è ferma e straziante, in particolare sono gli effetti sociali e fisici, ben espressi all’interno del romanzo a rovinare e isolare il padre del protagonista.
“Gipsy” è un romanzo libero come il nome da cui prende spunto, protagonista della vita anticonvenzionale di Cristiano e della ricerca di Andreas, che attraverso il padre si interroga sulla sua routine, sul senso della vita, sulle donne, sulle amicizie e su sé stesso. Lo consigliamo a tutti coloro che sono alla ricerca di risposte come quelle di Andreas, sulla difficoltà di cogliere il senso e le scelte degli altri protagonisti della nostra vita e di ciò che davvero ci circonda superando le convenzioni sociali.
ALESSANDRO DELFIORE

Una domenica al Salone del Libro di Torino
18 maggio 2014

Una domenica al Salone del Libro di Torino

Domenica 11 maggio 2014 mi sono recato per la prima volta al Salone del Libro di Torino. Era da anni che volevo visitarlo ed era anche l'occasione per incontrare due cari amici dell'infanzia, tra cui Sergio Garau, poeta di fama internazionale, che vive a Torino da anni e che si esibisce nei festival di tutta Europa come poeta slammer e presentatore.

In treno da Milano, arrivare al Salone è davvero comodo, si scende a Porta Nuova, si prende la metropolitana, si scende alla fermata Lingotto e appena fuori dalla metro si è nel piazzale antistante al Salone del Libro.

Appena dentro invece sembra di perdersi, il Salone è grande e gli eventi sono tantissimi. Dico a Sergio di guidarci lui alla scoperta del Salone dato che la mia è una visita conoscitiva, una passeggiata letteraria domenicale, non ho appuntamenti di lavoro. Dopo aver girato nel padiglione 1 e 2 aver visto lo Spazio Officina Piemonte con diverse case editrici che operano nel territorio, tra cui Atti Impuri, con cui collabora Sergio e che stampa una rivista bimestrale, alle 15 andiamo a vedere una bella presentazione del poeta Luigi Socci, direttore artistico del festival di poesia “La punta della lingua”, organizzato nelle Marche.

Luigi ci legge alcune sue poesie tratte dal libro “Il rovescio del dolore”, postmoderne, frammenti di realtà disordinata come un flusso di pensieri libero ma tagliente come il dolore, vere come la sensazione di amarezza che si prova quando una situazione va esattamente al contrario rispetto alle nostre aspettative. “Dallo spioncino” è una poesia voyeurista: l'essenza della sua poetica gaddiana potrebbe essere riassunta in questi versi:

Da questo varco

nella porta ci passa una scintilla

nero pupilla.”

Sergio deve andare via, ha uno slam a Treviglio e io ne approfitto per girare ancora un po' per il Salone. Vedo l'area dedicata al Vaticano, ospite internazionale di quest'anno, con una grande cupola di libri creata apposta per l'evento. Cerco di entrare in alcune sale per dei magnifici eventi tra cui un dialogo tra Niccolò Ammaniti e Joe Lansdale,ma il grande afflusso di pubblico e le lunghe file prima degli incontri mi sconsigliano di attendere per il poco tempo a disposizione. Riprendo quindi a girare e vedo la collettiva startup, il passaggio tra editoria e tecnologia, tra carta e e-reader, e-book e libro. Io propendo sempre per la carta, ma è inutile pensare a quanto tempo passiamo nella lettura che avviene tramite dispositivi multimediali rispetto al tempo che passiamo sulla carta stampata.

Faccio un altro giro e mi imbatto incase editrici che esistono da anni e che sono specializzate in nicchie di mercato: Marcos y Marcos, Iperborea (letteratura scandinava) e tante altre. Alla Sala 500 c'è Luis Sepulveda,ma mi imbatto in Gino Paoli che parla nello Spazio della Rai e Vittorio Sgarbi che vanta le meraviglie del Sud presso lo spazio espositivo organizzato dalla Regione Calabria.

Prima di andare via mi fermo ad ascoltare una conferenza sulla privacy nel design: la differenza tra la disciplina americana e quella comunitaria, il plagio nel design di un singolo modello. E' ora di andare, il treno mi aspetta, tornerò il prossimo anno con più destrezza organizzativa e felice per la bella giornata in compagnia di amici veri.


ALESSANDRO DELFIORE

cinema
Habi la extranjera
15 settembre 2013
Habi la extranjera è un film toccante e originale che affronta un tema poco trattato: la comunità islamica di Buenos Aires. L'intento della regista, come lei stessa spiega alla fine del film durante il botta e risposta in sala, è mostrare come questa comunità sia nostra vicina, ragioni come noi, con gli stessi sentimenti ed emozioni.
La protagonista è la bravissima Martina Jucadilla, che riesce ad interpretare splendidamente la ragazza annoiata dalla propria vita che decide di scoprire un altro mondo non così lontano fisicamente ma con regole tutte da scoprire. Analia, si avventura per una consegna e riceve in cambio una tunica, una ricetta in arabo e una mappa del Medio Oriente e decide di scoprire di più sulla comunità araba fingendosi Habiba, una ragazza scomparsa.
L'idea, alla regista Maria Florencia Alvarez era già venuta nel 1998-'99 durante la scuola di cinema, ma non si sentiva pronta per realizzare un lungometraggio e allora ha deciso di girare prima 3 cortometraggi "Sobre la Tierra", "Perro Negro" e "Nena" che hanno partecipato nel passato al Milano Film Festival. Il film è stato possibile grazie alla partecipazione della comunità islamica che ha dato l'ok per la moschea solo due settimane prima del film. Nel film c'è anche la scoperta e il viaggio adolescenziale e il tema del confronto all'interno della pensione in cui alloggia Habi (Analia).
Ma il vero trait-d'union della pellicola è la scoperta delle nuove amicizie e mostrare che siamo tutti uguali nelle nostre debolezze, emozioni, voglia di integrarsi o di scappare dalla routine.
Trovo azzeccata l'idea di dedicare marginalmente uno spazio alla violenza contro le donne e di farla rappresentare da una coppia argentina per non cadere nello stereotipo e nel già narrato.
ALESSANDRO DELFIORE

cinema
Licks: la periferia di Oakland
14 settembre 2013
Licks, film americano in concorso nella Sezione Lungometraggi della diciottesima edizione del Milano Film Festival, racconta la storia di D, appena uscito di prigione per una rapina andata storta.
Il linguaggio e i personaggi sono quelli dei ghetti neri della periferia americana, in cui per campare si vive di espedienti, di droga, di prostitute, dell'aiuto della famiglia spesso disastrata. 
Uscito di prigione D si imbatte nuovamente in questo mondo in cui cercano in tutti i modi di risolvere i conflitti con le armi, con la violenza, e la storia di Daniel (D) si intreccia a quella degli altri personaggi per capire il suo ruolo del mondo.
D non vuole tornare in prigione ma allo stesso tempo non riesce a staccarsi da questo mondo, dal suo passato, ha bisogno di capire come mai l'ex ragazza sia diventata anche lei una tossica, perchè tutti vogliono ammazzare il loro ex amico Ty che deve soldi a tutti, come fare a ricostruirsi una vita quando la casa in cui vive sta per essere affittata ad altre persone.
Il film è un ciclo che si chiude con la riscoperta dell'identità di Daniel, non più D. Il regista e i due produttori in sala hanno raccontato la genesi del film e l'aiuto ricevuto dagli abitanti della periferia di Oakland che cercavano in tutti i modi di sostenere i produttori con cibo e oggetti di scena mentre altri li scoraggiavano e pensavano "che della periferia di Oakland non gliene frega niente a nessuno".
Ben girato dal giovane regista Jonathan Singer-Vine, 25 anni, molto crudo, con inquadrature originali e la musica hip hop che esprime bene la durezza della vita degli abitanti del quartiere, Licks è un film che racconta i personaggi con il loro linguaggio e senza filtri con diverse scene sorprendenti.

ALESSANDRO DELFIORE

Link alla scheda del film al Milano Film Festival http://www.milanofilmfestival.it/film_2013.php?id=20078605
cinema
Mirage a l'italienne
11 settembre 2013
Milano a settembre si sa, regala un tempo ballerino e martedì 10 è una giornata che di mattina offre uno stupendo sole e la sera batte invece una pioggia insistente alternata a un tempo nuvoloso.
Ma gli spettatori del Film Festival sono abituati e si rifugiano dentro il teatro Strehler per la proiezione dell'atteso "Mirage à l'italienne", film prodotto in Francia dalla regista italiana Alessandra Celesia, autrice di corti e documentari.
Il film in concorso al Milano Film Festival racconta una Torino disperata con vari personaggi che vogliono scappare da una routine di cui non sono soddisfatti: c'è il gay Dario, forse il personaggio più riuscito, che ha litigato con la famiglia per dichiarare la propria identità sessuale, c'è Camilla, che sogna di fare l'attrice teatrale, Ivan ex soldato con simpatie fasciste, la madre che non vede più i figli che le rimproverano qualunque cosa e il pubblicitario che vuole allontanarsi da un dramma familiare.
Tutti assieme si mettono in gioco e decidono di partire per l'Alaska, dopo essere stati selezionati per un lavoro di pulitura dei salmoni appena pescati da un'azienda ittica della zona. Le selezioni raccontano le loro vite da cui vogliono allontanarsi: c'è chi ha perso un figlio, chi ce l'ha con l'Italia, ognuno ha le sue ragioni per lasciare l'ex Bel Paese.
Ma arrivati in Alaska ecco la sorpresa, il lavoro non c'è e i protagonisti ne approfittano per riscoprire sè stessi, mettersi a confronto, parlare, dialogare, quasi fosse un dialogo di rinascita interiore. Non si sa se rimarranno a Yakukat, ma i personaggi si saranno allontanati dalla loro crisi economica ed interiore per riscoprire un Altro diverso e per loro più appagante.
Grandi applausi per questo film che non affronta la rabbia per il mancato lavoro in Alaska e non spiega come i protagonisti riescono a sopravvivere in USA senza soldi nè lavoro, ma è un documentario introspettivo sull'insoddisfazione e la voglia di lasciare l'Italia verso un futuro migliore.
La regista e tre tra i principali attori, presenti alla rassegna hanno ringraziato il notevole pubblico accorso alla proiezione del film.

Il trailer del film
cinema
Venerdì e sabato al Film Festival
8 settembre 2013
Al Festival si respira sempre un'atmosfera frizzante, soprattutto nel weekend. 
Venerdì sera, subito dopo il lavoro, chi è rimasto a Milano ne approfitta per guardare qualche bel film al cinema. La mia scelta è caduta sul lungometraggio Towheads di Shannon Plumb, ritratto su una mamma alle prese con una crisi di mezza età, che non riesce a essere solo mamma, ma vuole essere soddisfatta come donna e come professionista.
E' un ritratto divertente sulla vita familiare, sul marito spesso assente per lavoro e sui giochi dei suoi splendidi figli. Tra i corti del gruppo E, divertente il corto Whaled Woman sul tema dell'immigrazione in un paesino scandinavo, mentre molto più serio il corto Atomes, del regista belga Arnaud Dufeys, con il serio educatore Hugo che subisce i giochi e le provocazioni del giovane Jules che vorrebbe un trattamento privilegiato.
Molto creativo La Lampe au beurre de Yak, che descrive come alcune famiglie di tibetani si facciano ritrarre davanti a grandi sfondi per avere una foto familiare o celebrare un evento. Il regista Hu Wei presente in sala ha raccontato come è nato e come si è sviluppato il film. In Oslo, corto cubano di Luis Ernesto Doñas, un marito riesce ad accontentare la moglie in modo creativo nel suo desiderio di visitare la capitale norvegese.
In una bella giornata di sole sabato, il teatro Strehler si affolla per la lunga serata di cinema del festival. Ma è un sabato ricco di programmazione con film in tutte le principali sale:Teatro Studio, Scatola Magica, Spazio Oberdan, Teatro dell'Arte e Auditorium San Fedele.
Il lungometraggio delle 15 allo Strehler è The Eternal Return of Antonis Paraskevas: un presentatore tv inscena un finto rapimento e osserva come gli amici e colleghi reagiscono alla notizia. La motivazione è dare una scossa alla sua routine molto ordinaria con la sveglia sempre fissa alle 4.00. In questo modo riesce a scappare dal suo ruolo anche se piano piano il personaggio del "rapito" prende il sopravvento sul serio Antonis, giornalista affermato.
Tra i corti del gruppo F, in replica anche martedì 10 al Parco Sempione e domenica 15 alle 15 allo Strehler, vi segnaliamo La fugue, sul tema della fuga e della difficoltà a reintegrarsi e ad accettare la legge, per una ragazza di 16 anni, Sabrine, che ha compiuto diversi piccoli reati. Scapperà o seguirà il suo paziente educatore che la cercherà nella periferia marsigliese?
Nyuszi és Oz è un corto di animazione ungherese che racconta una storia di amicizia, il cui tema è la difficoltà di passare tra due e tre dimensioni in un linguaggio scherzoso e molto riuscito. Tra i nostri corti preferiti di questa edizione. "Noelia" racconta invece il personaggio di Noelia, che cerca la madre in ogni donna e registra le reazioni di queste signore che incontra nel suo girovagare a Buenos Aires: a volte la rifiutano, a volte la assecondano, girato come fosse un film realizzato da Noelia con la sua videocamera. Gods, weeds and revolution, infine, racconta la storia di una tunisina, connazionale della regista Meryam Joobeur, che torna in Tunisia e riesce a farsi narrare i fatti della rivoluzione, il cui racconto contrasta con le domande senza risposta fatte al nonno, malato di Alzheimer. Per il gruppo H infine in programmazione ieri al Parco Sempione vi segnaliamo Solitudes, che condanna la burocrazia per le vittime di stupro: un interprete rumeno deve tradurre lo stupro di una prostituta ai medici e ai poliziotti, le parti si invertono, la vittima diventa oggetto di verifiche e di domande imbarazzanti e scomode. Lo spettatore diventa testimone incredulo.
Da segnalare anche il bel concerto di Levante ieri sera al Parco Sempione, molto seguito dal pubblico che ha applaudito il gruppo e in particolare la cantante siciliana, che vive e realizza musica a Torino.
Buon festival a tutti!
La canzone più famosa di Levante http://www.youtube.com/watch?v=gDQAeKu1F10
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